Tuesday, February 05, 2008

io_ritengo_quindi_non_cago

La "Risposta a Stefano" è anche risposta ad un manipolo mentecattocomunista di detrattori
("Himma", "Fatina", "Ritama", "Matarisci", "Claudio", "Michele", Alex", "Simona", ecc., ecc.)
MA-ANCHE (Veltronismus imperat) estimatori di Nereo Villa :D :D :D :D :D :D :D :D :D
Caro Stefano,
la risposta ad ogni tua domanda potrai averla in te stesso se saprai rispondere a quest'altra domanda da parte mia: per quale motivo la responsabile del gruppo della conferenza di Pescia si preoccupò di dirmi che la conferenza che avrei dovuto tenere da lì a qualche giorno (successiva a quella del 14 maggio 2006) avrebbe dovuto svolgersi senza la pretesa di essere "ascoltata" dagli ascoltatori?
Io non sono abituato a premesse di questo tipo rispetto a ciò che ho da dire o comunicare agli altri. E mai mi presterò a simili cose. Da allora ho cercato continuamente di spiegare le mie ragioni, ma dato che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, ha vinto per forza di cose l'ambiguità di chi sostiene che è giusto tutto eil contrario di tutto. Cioè: "Vieni a parlarci però non pensare di essere ascoltato più di tanto perché ognuno ha la sua verità e bla, bla, bla, bla...
Questo è proprio ciò che io contesto e che combatto in quanto sulla base del relativismo di pensiero, si è arrivati allo sfascio in ogni campo sia individuale, che sociale, che economico, che politico, ecc...
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Thursday, November 15, 2007

un_ottimo_video_esplicativo

Thursday, March 30, 2006

Introduzione

La grande piaga che sta aggravando sempre più la vita di tutti non è solamente la crisi dell'economia, ma è la crisi dell'economia nel contesto di una penuria di idee, di una crisi di idee, di dimensioni mondiali, che genera - per forza di cose - guerre mondiali. La pace nel mondo è difficile. Ma è difficile in quanto manca il pensare.
Noi utilizziamo ancora la nostra capacità di pensare, esattamente come fanno gli animali, i primati, gli oranghi, ecc! Siamo furbi a livello bestiale. E solo una piccolissima minoranza di uomini sa elevarsi allo stadio umano del pensiero.
Elevarsi allo stadio umano del pensare significa considerare le cose attraverso osservazione siderea. Ma che significa? Significa elevarsi al celato che è in noi, elevarsi al cielo, all’elemento sidereo del considerare. “Con-sidera” significa “vedi le cose secondo il Padre, cioè secondo la loro reale collocazione”. Le cose sono l’unico “Padre” (o l’unica “Madre”) che ci è dato di percepire. Ed il cielo è il luogo dove le cose risiedono. "Padre nostro che sei nei cieli".
Chi osserva la deficienza del pensare attuale non può non accorgersi che essa essendo diventata cronica, è obbligata a rendersi visibile (percepibile) attraverso la manifestazione patologica dell’influenza aviaria che colpendo gli uccelli, cioè i simboli del pensiero, ci indica (a chi ha orecchi per intendere) che qualcosa non va nella noosfera.
La peste aviaria (perché questo è sempre stata la sua denominazione) è un sintomo della nostra parte terrestre oramai incapace di sollevarsi verso quella celeste. Gli uccelli non simboleggiano forse il pensiero, che "vola"? E poiché gli animali più colpiti sono le galline, è ora che gli uomini-gallina, cioè coloro che non sanno sollevarsi più di tanto dalla terra o dal materialismo, o dallo statalismo che dir si voglia, incomincino a considerare che non sanno pensare, che non sanno volare a causa di un preciso errore tecnico concernente il loro "volo". E che per questo non possono che essere condannati a vivere da polli.
Quando le scuole, le università, l’informazione, e le paure generate dall’istinto a sopravvivere si rivolgono alla gente e dicono "Senza laurea non lavori", dobbiamo pretendere che la giustizia, il diritto, e la magistratura si pongano preliminarmente il dovere di rispondere al quesito di fondo: di chi è la proprietà del pensiero?
Quando cominciamo ad avvertire che il pensiero non è di proprietà della scuola, e che la scuola, all'atto del conferimento dei titoli scolastici - cioè quando conferisce il crisma cartaceo dell'autorità ad insegnare - truffa la collettività - in quanto insegnare alla collettività che non può esservi verità, contraddice il senso stesso di ogni insegnamento - allora incominciamo anche a volare un po’ più in alto dei polli: incominciamo ad essere “aviatori” liberi dalla peste aviaria.
I titoli scolastici, in quanto emessi da una conoscenza che nega se stessa, sono emessi da ignoranza assoluta. Le università, negando l’universalità del pensare, negano nei fatti il sapere. Elargito attraverso diplomi e lauree, tale sapere è fasullo, e tale elargizione è una grossa truffa, non solo perché tutti i suoi contenuti culturali sono fasulli, ma anche perché riguardano un vero e proprio cancro sociale, percepibile proprio là dove esso si genera: un bagaglio tumorale di una scuola d’obbligo fatta credere gratuita, mentre non lo è per nulla.
La gente crede ancora alla gratuità delle scuole. Ma che significa in sostanza tale gratuità? Non bisognerebbe forse socializzare in modo che tutti possano avere la possibilità di dare il loro giusto contributo per la scuola?
Nella realtà dei fatti la gratuità della scuola è una menzogna sociale, istituita da signorie del monopolio, che si nascondono dietro il fatto che poche persone forniscano di tasca loro i maggiori valori per costituire le loro scuole attraverso cui dominare gli altri, signoreggiare sugli altri.
Queste signorie buttano al cittadino del fumo negli occhi, affinché il cittadino non si accorga che fra i soldi tolti dal portafoglio per le imposte vi sono anche quelli necessari per mantenere le scuole.
Dove sta allora l’insegnamento gratuito? La truffa è doppia. Primo: perché è il cittadino che paga, dunque la gratuità della scuola d’obbligo non esiste. E secondo: perché tale obbligo procede dai signori attraverso il cosiddetto controllo statale delle scuole. Un controllo che controlla l’espandersi del tumore.
Infatti questi signori controllano solo una cosa: che il “tradimento dei chierici”, inizio storico del tumore sociale percepito da Benedetto Croce, si propaghi, anno per anno, negli istituti scolastici attraverso la carta. Il dio della carta, Belial, propone infatti sempre nuove pseudo sicurezze con sempre nuovi costosissimi testi, che sono una gara a chi spara più fesserie sul nichilismo.
Nichilismo proviene da nihil, nulla, ed è la dottrina che nega tutto. Se il nichilismo è la verità, e nichilismo significa che la verità è un’impossibilità, perché mandiamo a scuola i bambini? Cosa possono imparare? Imparano solo l’arte della menzogna, cioè a diventare funzionari dello Stato, maestri, insegnanti, ministri, ecc., nella misura della loro capacità a mentire. E appena un bambino incomincia ad andare a scuola, diventa un altro.
La signoria ha signoreggiato perfino dentro la sua anima. Il bambino è diventato un contribuente, perché le signorie della scuola d’obbligo addebitano alla collettività, sotto forma di tasse, un sapere che in realtà, cioè là dove esso è sostanziato da verità, è dei cittadini. Se un cittadino crea un’opera d’arte, o scrive un trattato su come si costruisce un frigorifero, o inventa la “bic” (per esempio), produce cultura. Questa cultura è sua, perché frutto delle sue intuizioni. Il credito, la credibilità del pensiero non appartiene dunque a chi lo emette sotto forma di titoli scolastici, ma a chi lo accetta. Il teorema di Pitagora non appartiene alla scuola dell’obbligo ma a Pitagora. (Andrebbe aggiunto qui che la scuola, anzi, annulla completamente il significato spirituale del teorema di Pitagora, riguardante l’incarnazione).
E allora quando quei signori dicono "Io pretendo il pagamento delle imposte come restituzione dei debiti contratti con il welfare", bisognerebbe rispondere che non solo non dobbiamo la restituzione di quei debiti al sistema scolastico, ma che è il sistema scolastico ad essere nostro debitore: nella misura in cui all'atto del conferimento dei titoli scolastici si realizza la grande truffa di avere espropriato e indebitato la collettività, vera portatrice di intuizioni e di cultura, la collettività, il cittadino, l’essere umano ha la possibilità di riappropriarsi del sapere, riappropriandosi di se stesso. Finora si è fatto leva su un riflesso condizionato, la secolare abitudine a dare sempre un corrispettivo per ottenere un’informazione o altro. Addirittura paghiamo il commercialista per sapere quanto dobbiamo pagare!
Perciò l’essere umano, depredato e spersonalizzato non può che affogare. Il salvagente è l’universalità del pensare.
Il pensiero è di proprietà di tutti. Quindi le università non hanno alcun diritto di credito. Si poteva dare un certo credito alla scuola ed al conferimento di titoli scolastici quando il pensiero era ancora basato sulla “riserva aurea” della conoscenza, e la riserva aurea era la verità. Cioè 2 + 2 = 4.
Però oggi si va a scuola per imparare il contrario. E perfino la matematica è diventata un’opinione! Perché la scuola dice: "Il pensiero umano è soggettivo, perciò non è attendibile, dunque anche l’affermazione che 2 e 2 fanno 4 è falsa", e ti mostra magari il sistema binario in cui il 2 non esiste neanche.
La scuola si comporta come una tipografia che fotocopia la medesima frase su un foglio ogni anno e in eterno. E su quel foglio sta scritto: “Noi siamo ed abbiamo il monopolio della cultura della menzogna perché è scientificamente dimostrato che non può esservi verità”.
Il credito che ha la scuola è dunque nullo come il nulla che insegna a ripetizione, programmando ogni anno la medesima solfa del nulla cioè del nichilismo.
Non dobbiamo assolutamente nulla a costoro che insegnano il nulla. E invece la scuola pretende di essere risarcita della differenza fra il costo tipografico di quel foglietto su cui è scritto che il pensiero umano non ha valore di verità, e i valori che tu crei attraverso le tue intuizioni, e che ti portano a creare questa o quella opera. Questa è truffa. E va affrontata. Lo Stato non può più nascondersi dietro il dito del pretesto "Io istituzione ti presto pensieri oggettivi, dato che tu pensi soggettivamente". No! Oggi dobbiamo chiarire una volta per tutte che la cultura istituzionale non esiste. Perché non può esistere.
Quando all'atto del conferimento dei titoli scolastici, la scuola emette autoritativamente il crisma cartaceo per insegnare pensati istituzionali, nega alla collettività il pensiero che è proprietà della collettività, cioè di tutti. Il pensiero basta coglierlo.
Il pensiero, l’idea, i concetti, tutto questo, non è produzione degli esseri umani, ma elemento spirituale, antimateriale, che gli esseri umani possono captare a seconda della loro capacità di riflessione.
La riflessione non è l’intelligenza, è la capacità che ha lo specchio di rappresentare le cose. Se sono alterato il mio specchio riflettente deforma le cose a seconda della mia alterazione.
Chi insegna alla gente che il pensare umano è insufficiente o inadatto alla percezione del vero, non è solo un truffatore ma è anche responsabile di molti suicidi: infatti a lungo andare sostituire la verità con l’istituzione e credere l’istituzione come verità, costringe poi a suicidarsi nella misura della nostra dignità. Se una persona è nobile, sincera, e devota non ha altra via di uscita che il suicidio di fronte alle truffe istituzionali, perché proprio il suo essere dignitoso impedisce di rimuoverle dalla sua coscienza.
Dunque il pensiero non può essere di proprietà statale, e non può che essere di proprietà del portatore, cioè di colui che sa intuire ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è buono e giusto e ciò che è cattivo e sbagliato.
Io ho diritto di pretendere l'accertamento della riserva aurea dei valori insegnati all'atto del conferimento dei titoli scolastici. Se non si accerta che l’insegnamento poggi sull’aurea e luminosa solarità del vero, quei titoli non sono che carta straccia.
Cultura significa “culto di Ur”, ed “Ur” significa luce. Se spegni la luce c’è la tenebra. Allora bisogna parlare di professori delle tenebre, ministri delle tenebre, sacerdoti delle tenebre, magistrati delle tenebre: con ciò viene meno la certezza del diritto. Questo lo capisce pure un bambino.

Giocare

Premessa ai giochetti

Nereo risponde a Stefano (La "Risposta a Stefano" è anche risposta ad un manipolo mentecattocomunista di detrattori - "Himma", "Fatina", "Ritama", "Matarisci", "Claudio", "Michele", Alex", "Simona", ecc., ecc. - MA-ANCHE (Veltronismus imperat) estimatori di Nereo Villa :D :D :D :D :D :D :D :D :D) : "Caro Stefano, la risposta ad ogni tua domanda potrai averla in te stesso se saprai rispondere a quest'altra domanda da parte mia: per quale motivo la responsabile del gruppo della conferenza di Pescia si preoccupò di dirmi che la conferenza che avrei dovuto tenere da lì a qualche giorno (successiva a quella del 14 maggio 2006) avrebbe dovuto svolgersi senza la pretesa di essere "ascoltata" dagli ascoltatori? Io non sono abituato a premesse di questo tipo rispetto a ciò che ho da dire o comunicare agli altri. E mai mi presterò a simili cose. Da allora ho cercato continuamente di spiegare le mie ragioni, ma dato che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, ha vinto per forza di cose l'ambiguità di chi sostiene che è giusto tutto e il contrario di tutto. Cioè: "Vieni a parlarci però non pensare di essere ascoltato più di tanto perché ognuno ha la sua verità e bla, bla, bla, bla...". Questo è proprio ciò che io contesto e che combatto in quanto sulla base del relativismo di pensiero, si è arrivati allo sfascio in ogni campo sia individuale, che sociale, che economico, che politico, ecc... [...].
Fonte:
http://digilander.libero.it/nereovillarisponde/a_stefano.htm

GIOCARE

Ogni bambino che gioca con un altro bambino è un fondatore di comunità in quanto mette in comproprietà i suoi giocattoli o le sue idee per giocare. I bambini che giocano, non giocano per avere giocattoli ma per usarli. Non fondano gruppi di gioco aventi l’occulto fine di diventare comproprietari della sabbia del mare per costruire castelli o del Meccano o del Monopoli. Semplicemente si divertono in quanto comproprietari. Sentono che giocare insieme è bello. Allo stesso modo i suonatori suonano mettendo a disposizione del gruppo i loro strumenti.
Oggi si vedono invece risultati di manovre che nascono proprio col fine di legalizzare la truffa in tutti i campi. Però la felicità manca in quanto manca il senso del lavoro. Il senso del lavoro è il senso del gioco. Se quello manca, manca tutto e c’è schiavitù.
A fondamento di questa infelicità vi è un pensiero infelice: credere che la società generi comproprietà. Ma ciò non è vero e il pensiero diventa infelice nella misura in cui è contrario alla verità: vivere la comproprietà genera società, non il contrario. Il contrario non è neanche vivere, perché è un sopravvivere in un mondo di rapina, reputato ostile.
In realtà il mondo esterno non è ostile. Ostile al pensiero del gioco nella felicità è solo un pensiero infelice, dunque qualcosa che è interno, non esterno.
Anziché accorgerci che è possibile convertire il movimento del nostro pensare e dirigere l’attenzione verso i fantasmi interiori che ci fanno odiare l’esterno creduto malvagio, creiamo rimedi al male esterno attraverso tali fantasmi, modelli di pensiero, istituzioni poggianti su modelli, leggi, disegni di legge, fantasmi, fantasmi giuridici appunto. È naturale che quei rimedi si rivelino poi più malati del male che si intendeva curare.
Il “discorso” che il fantasma interiore fa in noi è come quello che fa il bambino quando dice “Cattivo” al tavolo perché, avendo sbattuto la testa contro lo spigolo del tavolo, ha provato dolore. Il fantasma dice: “Cattivo è il mondo, quindi cattivo è l’uomo; e, dato che cattivo è pure il suo pensare, ci vogliono quindi leggi buone”.
Tutta questa catena di “quindi” procede attraverso il “dimenticando” della rimozione della concretezza di pensiero: dimenticando di essere immondo (in quanto cattivo), il mondo combatte se stesso fuori di sé; dimenticando di essere uomo malvagio, l’uomo combatte la malvagità umana fuori di sé; dimenticando di essere cattivo, il pensiero cattivo combatte se stesso fuori di sé.
È il combattimento dei “fuori di sé”, combattenti che giudicano come se fossero “in sé”. È la battaglia della follia: l’avvento del giudizio che precede il pensare. È l’avvento del pregiudizio. Pensare per pregiudizi o per modelli è perciò tipico dei fantasmi, dei folli, o degli zombi (aveva ragione Carmelo Bene). Così avviene che zombi eleggano altri zombi, andando regolarmente a votare, affinché zombi legali continuino ad attribuire al mondo esterno i mali.
Perciò dominano i mali: perché è stato in realtà eletto il non pensiero in luogo del pensiero, il pregiudizio in luogo del giudizio, l’“oggettività” del male in luogo del bene creduto essere un male in quanto “soggettivo”!
Tutto ciò è stato possibile sul presupposto di una strategia culturale planetaria che rigenera di continuo e realizza il mostro della strumentalizzazione dei fantasmi nel campo del diritto: le cosiddette "persone giuridiche". E la cosiddetta "persona giuridica", il fantasma che diviene più importante della persona umana, è il risultato di una delle più raffinate e perfide strategie di dominazione, inventata dai professionisti dello strozzinaggio bancario e creditizio.
Per difenderci non solo da questi strozzini ma dagli zombi legali in genere, bisognerebbe innanzitutto esorcizzare i fantasmi, cancellandoli dall'ordinamento giuridico. Però ciò è impossibile senza chiarire il senso dell’universalità e dell’oggettività del pensare umano. Perché è dal pensare che occorre partire.
Senza partire dalla radice da cui nasce il problema, anche le persone meglio qualificate nel campo del diritto sono costrette ad illudersi se credono di poter procedere attraverso fede giuridica, partitocratrica, o statalistica - cioè attraverso l’approvazione di ulteriori norme, leggi, decreti, ecc. - per la risoluzione del problema. L’azione antiuomo del fantasma (persona giuridica) è infatti quella di generare doppiezza nel valore delle cose, mettendo da un lato il loro valore reale ritenuto soggettivo e dall’altro il loro valore convenzionale ritenuto oggettivo. La duplicazione artificiosa dei valori in valori reali e valori convenzionali, generando pensiero malato, genera metastasi del tumore sociale, vero terreno di cultura del cosiddetto pensiero debole, base fra l’altro del parrassitismo bancario.
L’uomo dal pensiero debole è infatti facilmente persuaso che facendo approvare, magari attraverso il voto elettorale, una semplice norma capace di qualificare un valore sdoppiato (per es., il valore di un titolo azionario) come rappresentativo di valore integro (per es. di una quota di proprietà di un capitale sociale), tutto vada a posto, e che così facendo, si possa rendere integra e risanata la duplicazione artificiosa dei valori delle cose.
Ma nella realtà il risanamento del valore delle cose non può procedere dalla legge, in quanto ogni legge può essere applicata non alle cose ma ai loro nomi, e dare nomi alle cose è facoltà umana predialettica e indipendente dalle leggi.
Per comprendere a fondo questa cosa occorre fare un’importantissima osservazione che riguarda la differenza fra idea e sua prospezione dialettica, o fra la cosa reale e il nome di essa: la prospezione di un’idea e l'idea stessa sono entità diverse. Se io ti prospetto un’idea devo parlarti; parlandoti muovo le labbra, mi muovo, muovo le mani, ecc. Tutto ciò non è l’idea ma il movimento della sua prospezione, da me attuato per proportela. In altre parole, un osso non consiste in due “esse” poste fra due “o”. Il nome della cosa non è la cosa. Il dare il nome alle cose è una facoltà umana che nasce con l’uomo. Nel “Padre Nostro” è la santificazione del nome: “sia santificato il tuo nome” significa “sia sanificato” il nome del Padre, “il tuo nome”, in quanto nome di ogni cosa del mondo esterno, non si tratta di Allàh o di Krisna o di Yavé, ma del valore reale delle cose del mondo. “Dimmi dove non è la casa del Padre” rispose un mistico ad un fondamentalista religioso che lo sgridò perché si era messo a dormire coi piedi rivolti alla Mecca, mentre per rispetto ad Allàh avrebbe dovuto coricarsi con il capo rivolto alla Mecca. La risposta di quel mistico è come quella di un bambino che gioca con un altro bambino mettendo in comproprietà con lui il suo gioco, o il suo giocattolo o le sue idee per giocare.
Vi è un detto antico molto importante, dimenticato dal pensiero debole: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate". La traduzione letterale è "Dove c’è società, c'è pure comproprietà, e la comproprietà è data senza società". Sembra una contraddizione. Ma che significa?
Non può significare altro se non che la comproprietà è precedente e non successiva alla società, in quanto è per la comproprietà che la società diventa tale. Detto in forma esemplicativa e di “gioco”, in quanto “jouer” significa in francese “suonare”: se due suonatori si accordano per ottenere la migliore esecuzione possibile di un brano, la ottengono. Perché dove due o più suonatori formano un gruppo, lì vi è l’anelito verso il medesimo diapason o LA di accordatura reale, perché il parametro di accordatura è essenziale per tutti, ed è in tutti. La comproprietà del diapason non è convenzionale ma essenziale. La comproprietà della terra e la comproprietà del cielo non sono convenzionali, ma essenziali all’incarnazione. Avere la grotta, la casa ("grotta", "casa", "tempio", ecc., in ebraico si dice "baìt"), avere la baita è un mio diritto perché la terra è di tutti. Usufruire del cielo e del celato in me è un mio diritto perché il cielo è di tutti. Baita, beit, Betlemme, beta - la prima parola della Bibbia, "berescìt", incomincia con una "b" ("bet") - sono consonanze universali che indicano il mio diritto alla proprietà, il quale mi è dato anche senza il gruppo. “Proprietà” si dice in ebraico “ba’alùt”, con una “bet” iniziale. Se si osserva la conformazione geroglifica di una “bet” si vede subito che rappresenta proprio un riparo, simile ad una grotta. La grotta è un mio diritto naturale.
Dunque là dove c’è società, vi è pure comproprietà, ma non perché è la società a creare comproprietà, bensì perché è vero il contrario, in quanto è la comproprietà a creare la società.
In senso materiale, se accordiamo i nostri strumenti otteniamo musica, ma per accordare gli strumenti bisogna prima averli.
In senso immateriale, se vogliamo accordarci, dobbiamo usare l'interiorità umana, perché essa ha in sé (cioè è naturalmente proprietaria di) tutti gli intervalli della scala musicale, fra i quali il LA del diapason corrisponde alla sesta funzione di scala (detta "sopradominante").
Ecco perché se due persone si accordano per realizzare qualunque cosa, poi la ottengono. L’accordarsi però non c’entra nulla col conformarsi a una regola convenzionale proveniente da fuori di noi. Perché il diapason, ognuno ce l’ha dentro. L’io è dentro non fuori, è in mezzo agli uomini perché è nel loro centro, ed ecco dunque anche perché “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt. 18,20). Ed ecco allora il vero senso dell'antico latinismo: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate".

Da questo punto di vista il moralismo è credere che il male è fuori di me e che in base a questo pregiudizio mi occorre unirmi a te creando una persona giuridica più importante di me e di te al fine di combattere il male, cioè la proprietà altrui, senza rendermi conto che in realtà io ho creato il male. E il male consiste nell’anacronismo per cui le cose del mondo sono ritenute tali in quanto successive e non precedenti al pensare che le intuisce. Il regno del male è appunto questa fede nelle cose ordinate a priori, come se il pensare fosse ininfluente rispetto ad esse in quanto meramente soggettivo e dunque non valido per ordinarle. Eppure il pensare è esso stesso una cosa del mondo. Osservare questo, cioè osservare il pensare come qualcosa che appartiene a tutti - in quanto sincronico alla vita di pensiero di tutti - è l’unico rimedio per accorgersi che il regno del male è solo qualcosa di interno, e non di esterno, a me.
Giocare al regno di Dio o al migliore Stato possibile, o al partito migliore, attraverso regole, leggi o dogmi, è giocare a creare il regno del male, attribuibile ad altri. Questo gioco è infatti sensato quanto quello di accordarsi per rubare le proprietà degli altri, considerati egoisti.
La proprietà è un diritto naturale e universale dell’essere umano.
Il cittadino spesso non comprende che la proprietà NON è qualcosa che viene a lui concessa dalla magnanimità dello Stato. Al contrario, la proprietà è un valore che preesiste allo Stato, il quale è nato storicamente dopo, per difenderla. L’invertire i momenti storici della proprietà e della sua difesa è un pensiero malato, generatore di statalismo, e di conseguenza di anacronistici rapporti di succubanza e di schiavitù.

Superare la paura

A distanza di 10 anni dalla pubblicazione dei miei scritti di numerologia, devo dire che il loro intento principale (allora inconscio) era in fondo di offrire un servizio, basato su numeri, per l’eliminazione della paura, in quanto mi basavo sul fatto che se era possibile provare in modo scientifico spirituale la realtà dell’idea delle ripetute vite terrene, sarebbe stata superata la paura della morte cioè la paura più grande.
Devo anche riconoscere che se tale intento fosse stato consapevole sarebbe stato un’ingenuità, in quanto non avrei fatto i conti con un’altra paura: la paura di aver paura, che è la degenerazione della paura di morire, e che impedisce di osservare, riflettere, e pensare liberamente e in modo autonomo.
La paura della paura impedisce tutto, perché non è solo il risultato di sensazioni o di un vortice di pensieri o difficoltà di concentrazione, interpretati magari come segnali premonitori di imminenti disastri, impazzimento, ecc., ma è il terreno interno in cui si innesta il circolo vizioso dell’ansia, a sua volta origine di reali modificazioni corporee, ulteriori percezioni di eventi interni, tachicardie, esagerazioni delle interpretazioni simboliche minacciose. In tale contesto, l’ansia e i suoi effetti si autoalimentano in un circolo che ha l’effetto di un corto circuito, e che la persona sperimenta come devastante.
È ovvio che in questo contesto di paure i libri non servono, e non serve neanche affermare in modo pretesco che amare è lasciar andare la paura.
Certamente non credo che voi abbiate bisogno di questo, né di imparare a pensare.
Non crediate di essere venuti qui per imparare a pensare o per imparare a pensare in modo universale. Non si tratta di imparare una cosa così importante che fra l’altro si è già appresa, né di mutarla. Guai se fosse così.
Si tratta piuttosto di conquistare terreno in noi stessi. E se proprio si vuole imparare qualcosa, bisognerebbe casomai IMPARARE ad IMPERARE in noi stessi.
Occorre infatti rendersi conto che succubanza e schiavitù non sono generate solo dal fatto che non siamo in grado di comprendere la priorità della proprietà rispetto alla pretesa di garantirla. Questo lo comprendiamo, e lo sanno tutti. Però lo dimentichiamo per paura. Lo rimuoviamo.
Il fantozzismo si genera tanto dall’istintiva e naturale predisposizione umana alla paura, quanto dalla tendenza ad essere subito soddisfatti da percezioni esterne protettrici. Se il protettore esterno impedisce la libertà interna, costringe, soffoca, esattamente come potrebbe fare una chioccia di 30 chili col suo pulcino.
Vale la pena di accennare qui all’esempio più semplice di inganno (inganno della natura cioè di) frode biologica fornito dalla comune gallina da cortile. La sua storia, considerata da un punto di vista sentimentale, è questa. Dopo aver depo­sto le uova, essa si accoccola su di esse con sincera dedi­zione. Di tanto in tanto, con la preveggenza di un'esperta massaia, le rivolta in modo che il fecondo calore del suo corpo raggiunga tutte le parti dei grembi calcificati dove si sta sviluppando la sua covata. Alla fine, grazie alla sua co­stanza e alla sua sollecitudine, le uova si schiudono e ne escono i pulcini. In tal modo essa offre all'uma­nità un genuino esempio d'intelligente e responsabile maternità. In realtà succede questo: in seguito a certi processi ghiandolari, la gallina, dopo aver deposto una covata di uova, avverte al petto un calore inconsueto. Allora si guar­da intorno in cerca di qualche oggetto che possa alleviare quella sgradevole sensazione di calore al petto, e si ab­bassa sulle uova perché le trova fresche. Ma dopo un po' esse cominciano a scaldarsi, e la chioccia le rivolta in modo che il lato fresco venga a trovarsi in alto, per poi tornare subito a godersi il refrigerio che esse continuano ad offrirle. Dopo che ha ripetuto questa manovra un sufficiente nu­mero di volte, le uova si dischiudono e la chioccia, sbalor­dita, si trova davanti a una covata di pulcini. In pratica essa è stata indotta con uno stratagemma a sedersi sulle uova, ma il trucco è riuscito, e ha dato risultati eccellenti come se la gallina avesse saputo che cosa stava facendo. È dunque una consolante illusione credere che la gallina, diretta dalle proprie ghiandole, sappia perché si accovaccia sulle uova.
È proprio tramite questa nostra predisposizione alla paura che tendiamo ad accontentarci di ogni forma di protezionismo che riusciamo a percepire dal mondo esterno. Attraverso questa nostra predisposizione alla paura rimuoviamo la realtà delle cose, o la sostituiamo con altro. Ed è proprio attraverso questa dinamica che avviene la sostituzione inconscia del prima col dopo, fino alla paura della paura, alle crisi di panico, o ad altre forme patologiche, per es., gli eccessi di scrupoli e di incertezze e dubbi continui.
Questo capita innanzitutto perché l’uomo quando viene alla luce è inerme e la sua condizione di nudità e di precarietà rispetto al mondo esterno esigono protezione. Tale esigenza - che è in fondo istinto di sopravvivenza e di conservazione - forma fin dalla tenera età l’inconscio sentimento di paura, “giustificato” per lo più col nome di “peccato originale”.
Tre sono le cose a cui si aspira appena nati, e che non si è subito in grado di fare.
Innanzitutto si tende alla VIA VERTICALE (la via orizzontale è quella animale; ma l’uomo appartiene non al regno dell’orizzontalità ma a quello della verticalità). Dunque tendiamo a camminare nel mondo esterno partendo da forze interiori, ma inizialmente non riusciamo a stare diritti.
La seconda cosa, sempre procedente da forze interiori, è che si tende alla verità, cioè si tende ad imparare a formularla attraverso il parlare, il linguaggio. E a partire dal suono sviluppiamo l’essenza della verità, ma inizialmente riusciamo solo a balbettare: bau bau, ma, pa, ecc.
Vi è poi la vita del pensiero, cioè la terza cosa che apprendiamo da noi stessi: sono le nostre forze plasmatrici eteriche. Perché siamo noi che elaboriamo il nostro cervello, cioè il nostro strumento del pensare. Perciò proprio all'inizio della nostra vita, il nostro cervello è molto plastico, in quanto siamo noi a doverlo prima forgiare a strumento del nostro pensare, in modo conforme alla natura dell’entità che viene portata di vita in vita, e che noi siamo.
Nei miei libri di numerologia mi sono occupato delle ripetute vite terrene. Qui mi occupo delle conseguenze di paura che la mancata conoscenza del karma apporta in tutto l’organismo sociale.
Lo stato in cui si trova il cervello subito dopo la nascita riflette le forze ereditate dai genitori e dai progenitori.
Nostro incontrovertibile universale e primario compito è però quello di esprimere col nostro pensare ciò che siamo come esseri individuali, conformemente alle nostre vite terrene pregresse o ai nostri talenti e doti naturali, che portiamo con noi dalla nascita. Perciò nella misura in cui dopo la nascita ci rendiamo pian piano fisicamente sempre più indipendenti da genitori e avi, trasformiamo, elaborandole, le caratteristiche ereditate del nostro cervello. Ecco perché è straordinariamente importante nei primissimi anni della nostra vita il lavoro che compiamo su noi stessi. È un lavoro inconscio, anzi bisognerebbe dire iperconscio, in quanto è svolto secondo i principi di un'altissima saggezza. In realtà, se dipendesse dalla nostra intelligenza, non saremmo in grado di compiere ciò che, senza la nostra intelligenza, dobbiamo compiere nel primo periodo della nostra vita. Tutto questo si compie, scaturendo dalle profondità incoscienti dell'anima, perché nei primi anni di vita siamo ancora profondamente uniti interiormente molto più strettamente con i mondi spirituali delle gerarchie superiori di quanto non lo siamo negli anni successivi.
In altri termini, nei nostri primi tre anni di vita apprendiamo a camminare nel corpo, cioè a trovare la VIA, apprendiamo a presentare col nostro organismo la VERITÀ, ed impariamo ad esprimere nel corpo, partendo dallo spirito, cioè dall’io, la VITA. Che significa?
“Io sono la via, la verità e la vita”, che significa?
“Se non diventate come fanciulli non entrate nel regno”, che significa?
Significa una cosa sola, che VERTICALITÀ, PAROLA, e VITA DEL PENSIERO sono in noi, non vengono a noi da fuori di noi: noi non impariamo a stare in piedi, a parlare, e a sperimentare concetti, cioè a pensare, perché ce lo insegnano i genitori o i professori, ma perché questa triarticolazione è in noi come spirito universo non proveniente da carne e sangue. Questa triade, o questa trinità, non viene da fuori, ma da dentro, cioè in modo verginale (in senso teologico bisognerebbe esprimere ciò, dicendo che la verginità di Maria non è una questione materiale di imene, ma spirituale di anelito individuale: alla VIA, alla VERITÀ e alla VITA. Pochi sanno che il nome di Maria era anticamente “Sofia”, nome che indicava ed indica il concetto di sapienza, cioè “vaso di sapienza”, come è testimoniato anche dal rosario).
In altre parole, nessuno può insegnarvi a pensare, così come nessuno può chiamarvi usando la parola “io”. Io sono un io solo per me stesso. Per ogni altro essere umano io sono un tu. Ecco perché mi sono deciso solo ora a dire queste cose, perché in fondo nessuno ne parla. Infatti parlare dell’io altrui è come parlare di Dio, cioè del nome di Dio. Tutto quello che si può dire con le labbra o scrivere con carta e penna è dialettica. Dal momento in cui la verità si fa dialettica non è più la verità. Lo stesso per la realtà. La realtà non è solo il contenuto di quello che uno realmente dice, ma anche il MODO con cui uno parla, i suoi gesti, la sua voce, tutto il contesto insomma. Con ciò non intendo dire che esista un modo giusto per dire la verità. Perché esso sarebbe la condizione della verità, che già non è più la verità. Questo non significa che non si possa parlare della realtà delle cose che sono intorno a noi e di noi stessi.
Detto questo, proviamo a rappresentarci il mondo di ciò che posso percepire senza pensare. Per farlo occorre procedere in modo immaginativo, perché nella realtà è impossibile smettere di pensare. Al pensare infatti non possiamo sfuggire. Però possiamo immaginare.
Se si immagina di percepire il mondo senza pensare, ciò che ci appare è un mero accostamento di cose nello spazio e nel tempo, un aggregato di singole cose sconnesse: nessuna cosa che entra ed esce dalla scena del mio percepire è in tal caso connessa ad un’altra, ed il mondo percepito in questo modo, cioè senza il pensare, è una varietà di oggetti di per sé equivalenti.
Nella struttura di tutto ciò che è percepibile, nessuno oggetto ha per me una parte più importante di altra. Quando si viene alla luce si fa immediatamente questa esperienza della tabula rasa. Poi però cresciamo e pian piano incominciamo a riflettere interiormente le cose del mondo esterno.
Certamente molti adulti non riflettono un gran che (basta osservare il mondo politico attuale per accorgersene), dato che molti esperti osservatori del bianco dicono che il bianco è nero e viceversa, segno che osservare le cose consiste per loro nel pensarle come le hanno studiate a scuola e non con vivente attività di pensiero. Osservare le cose come le abbiamo studiate da’ infatti sicurezza. Se tu fai una qualsiasi osservazione, la maggior parte delle volte trovi subito qualcuno che ti obbietta “Ma chi l’ha detto?”. Infatti se rispondi che l’ha detto qualcuno, già sei più credibile. È la paura. È il “peccato originale”. Perciò ricercando chi ha detto questa o quella cosa, cerchiamo in fondo il nostro signore, la nostra signoria, il nostro protettore. Siamo come neonati bisognosi della potenza protettrice. Dunque sono proprio questi nostri bisogni, queste nostre paure a generare il nostro bisogno di Stato protettore, la Patria, la mamma, la chioccia protettrice, la mucca da mungere.
La Patria è come la mamma, la Madre Patria. È nel nostro inconscio. È l’inconscio stesso lo Stato, il bisogno di leggi, il bisogno di dogmi. Dogma proviene da dag, che significa “pesce”, e anticamente si credeva che il mondo fosse strutturato sulla schiena di un pesce. “Il Signore è mio pastore, non manco di nulla” recita il Salmo. Il Salmo di oggi è: lo Stato è il mio pastore, non manco di nulla; il regolamento è il mio pastore, non manco di nulla! Se il regolamento parla di elefanti, vedendo un elefante si dice: quello è un elefante, dunque devo comportarmi in modo conforme al regolamento per gli elefanti.
Però si dimentica che chi sgrana meramente gli occhi su un ago o su un elefante, col solo regolamento non può vedere né ago né elefante se esclude davvero il pensare: perché elefante ed ago consistono già in immagini di pensiero, psicologie di forme, forme concettuali, ecc.
Si dimentica che senza il pensare, ciò che posso dire di aver guardato non è che un mero insieme di colori, di chiaroscuri, di elementi puntiformi, non molto dissimili dai cosiddetti "pixel", il cui "ingrandimento" all’infinito non trasformerebbe mai lo sguardo in visione.
In questo insieme di elementi percepibili si aggiunge allora il pensare. Questa operazione è subcosciente. Però c’è. Non bisogna dimenticarlo. Ognuno la percepisce, anche se la consistenza del pensare è immateriale.
Ma come si fa a percepire l’immateriale? Si parla allora di percezione soprasensibile e di scienza dello spirito. “Questo sarà anche giusto” obietta il materialista, “ma si tratta solo del tuo pensiero”.
Ed è proprio così: quando sono occupato a credere in qualcosa che sta fuori di me, per esempio la materia, la scienza (anche la scienza è una fede), il partito, e così via, “scotomizzo” il mio pensare, lo metto in ombra, lo credo secondario. È un fatto naturale, normale. In genere, non considero l’importanza del pensare perché il pensare sfugge, guizza via, proprio come un pesce (non a caso infatti il segno astrologico dei Pesci è stato riferito ai pensatori). Infatti quando penso, dirigo di solito la mia attenzione solo sull'oggetto considerato, e non contemporaneamente anche sul pensare. Con ciò, tendo però a trattare il pensare come qualcosa che non ha niente a che fare con la realtà dei fatti, e credo che le immagini che mi faccio di questi fatti non appartengano ad essi. Credo che tali immagini esistano solo nella mia testa. In altre parole credo il mondo completo anche senza quelle immagini. Stabilisco con ciò da un lato un mondo completo e finito in se stesso, e dall’altro un altro mondo di immagini che reputo inessenziali al primo. Perciò do’ solo al primo valore di realtà. Ecco il primo “dag” fasullo, il primo pesce d’aprile che faccio a me stesso, cioè il primo dogma che pongo alla mia comprensione, a mo’ di paletto.
La radice del pre-giudizio sta proprio in questo credere che il mondo sia lì anche senza il pensare. E questo credere è poi pregiudiziale ad ogni tipo di ragionamento logico.
Vale la pena di chiarire massimamente questo punto, perché solo attraverso antilogica
posso dichiarare il mondo completo senza il pensare: il mondo produce necessariamente tanto il pensare nella testa dell’uomo, quanto i fiori sulla pianta. Se metto nella terra un seme, il seme mette poi radice e fusto, sviluppando poi foglie e fiori. Se osservo una pianta, la pianta si lega alla mia interiorità col suo corrispondente concetto. Però tendo a credere che quel concetto non appartenga all’intera pianta come la foglia e il fiore. Questo mio credere è, appunto, il massimo errore, il massimo pregiudizio ingiustificato, che poi in definitiva è la malattia moderna, soprattutto occidentale, generatrice di destabilizzazione interiore e perciò di schiavitù, che ho chiamato spesse volte in modo scherzoso “ornitopenia” cioè “carenza di fallo”. La negazione del concepire è come il disprezzo del pene. Senza concepire, fecondare, dar vita, ecc., vi è penuria. Pene si dice in latino “penis”, in greco “pèos” e “pèsos”, dunque si arriva etimologicamente perfino alla penuria monetaria attraverso la negazione del fallo.
Quando invece la forza del concepire viene onorata, si crea una vera fonte stabile di prosperità.
C'è una storia (nei Shiva Purana) che narra del rischio distruttivo di questo disprezzo del pene. Vi si racconta di come alcuni cosiddetti sapienti maledissero un uomo dalla condotta licenziosa: "Hai agito con perversità" - gli dicono, maledicendolo - "Che il tuo fallo si stacchi e ti cada per terra". E così avvenne. Quell'uomo, però, era niente meno che Shiva, e il suo fallo caduto cominciò a bruciare tutto dinanzi a sé, consumando ogni cosa. "Si spostava negli inferni, nel cielo, sulla terra. Non stava mai fermo. I mondi e i loro abitanti vivevano nell'angoscia. Gli dèi e i saggi vivevano nell'angoscia…". Perciò il disprezzo gratuito, il disprezzo del fallo, trasforma gli uomini in destabilizzatori del mondo e naturalmente ciò produce angoscia in tutti, penuria, povertà. La storia dice che quei sapientoni si recarono allora a reclamare dal creatore Brama. E Brama disse: "Siete dei cretini, dei veri imbecilli; l'uomo col fallo... o razza di impotenti, era Dio in persona". E proseguì: "Fino a quando quel fallo non si stabilizza, nulla di buono può accadere". Dopo di che, impartì loro le istruzioni per onorare il fallo, calmare Shiva, e riportare la pace nel mondo. Ecco dunque perché la penuria, cioè la povertà, e l’angoscia che ne deriva sono viste fin dai miti dell’origine del mondo come il risultato di un destabilizzarsi della forza fallica non adeguatamente riconosciuta e onorata. Ed ecco anche perché bisognerebbe chiamare davvero la malattia occidentale della destabilizzazione pensante non solo “pensiero debole” ma “ornitopenia” , cioè carenza di concezione, carenza di vita e di esperienza concettuale, carenza di fecondazione spirituale, letteralmente “carenza di pene”. E quando l’azione degli odiatori del pensiero arriva ad impedire perfino la libertà del dono, magari con la scusa di proteggerlo come diritto d’autore o come brevetto, allora i sintomi ornitopenici, rompendo a più riprese le scatole dei creativi, degenerano, e si fanno “ornitopenia orchiclastica”, letteralmente si traduce “carenza di pene” con "rottura di testicoli".
Ma ritornando ora alla pianta e al suo concetto, occorre rendersi conto che negare l’appartenenza ad essa di quest’ultimo è ingiustificato. Sarebbe giustificato solo in un caso, cioè nel caso in cui la pianta potesse esistere indipendentemente da terra e cielo. Ma così non è. Quella pianta per esistere è legata alla terra ed al cielo alle sue foglie, ai suoi fiori e ai suoi frutti, come al suo concetto.
Il mondo astratto senza pensiero, non esiste in quanto è incompleto e mancante. È deficiente.
Il mondo concreto non può non comprendere il pensiero. L’uomo che si priva del pensiero è cablato, scientificamente cablato, cioè un seguace o un discendente dei Münchausen (la storia del barone di Münchausen è conosciuta): la cablatura cerebrale, o ombrello cerebrale, o scotomizzazione dell'Io umano, sono infatti strumenti per la presa di potere dell’uomo sull’uomo, indipendentemente dell’autodominio o della presa di potere che l’uomo può esercitare su se tesso.
L’uomo dal pensiero debole o deficiente o dal cervello cablato diviene così persuaso in modo scientifico che le cose vanno bene così come sono e che il suo livello di schiavitù è del tutto normale.
In questo contesto si innestano poi i falsi maestri, gli esperti di ogni tipo, e l’uomo cablato si attende poi sempre che essi faccia rivelazioni spettacolari. Ma questo è impossibile che avvenga. Intanto non esistono maestri spirituali, perché l’unico vero maestro è l’io umano. Inoltre la verità è difficile da rivelare e pochissimi la vogliono sentire. E perfino quei pochi hanno raramente la forza per sopportarla.
Certo, la verità si può sempre dire, ma con ciò si deve intendere prima di tutto le ragioni scientifico-spirituali dell’universalità del pensare, che permetteranno a chi ascolta di svolgere da sé tutto un lavoro su di sé, in modo che poi, grazie a tale lavoro preparatorio, egli possa accedervi.
Vi sono comunque anche persone che, qualsiasi cosa gli si dica, non possono comprendere assolutamente niente. Poi vi sono quelli che fraintendono sempre tutto e che inconsciamente si servono di quella verità per fare del male agli altri e a sé stessi. E ve ne sono altri che non accettano la verità poiché questa, andando contro quelli che considerano i loro interessi, li disturba.
Dunque chi vuole dire la verità si espone sempre a molte incomprensioni, e il più delle volte è tempo perso.
L’uomo è cablato, oggi.
L'"uomo cablato", infatti, incomincia subito a veder crollare la sua certezza consistente nel principio che afferma "solo ciò che percepisco coi sensi è reale", e subito obietta che non è sbagliato affermare che la pianta reale non c’entra nulla col suo concetto, e dunque che la realtà dei fatti non c’entra nulla col pensarla. “Non è sbagliato affermare che il mondo è indipendente dal pensare ” egli dice “per un motivo molto semplice: il concetto sorge solo quando ci si pone davanti alla pianta e la si percepisce, mentre le sue foglie, i suoi fiori ed i suoi frutti, esistono indipendentemente da chi li percepisce”.
Cosa si può rispondere a questa obiezione? L’obiezione è logica. Ed in questa obiezione vi è un importante esempio della differenza fra pensiero logico e pensiero conforme alla realtà. Da una parte il pensiero logico dice: i nostri concetti sorgono solo quando ci poniamo di fronte agli oggetti percepibili in ogni loro parte; tutte queste parti invece non sorgono così, ma esistono indipendentemente da chi li percepisce; dunque il pensare non è essenziale ad esse ed a ogni oggetto.
"Certo - bisognerà rispondergli - ma anche fiori e foglie sorgono sulla pianta solo quando vi sia una terra in cui possa "comprendersi" un seme, e quando vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. E non è così che sorge il concetto della pianta, quando cioè ad essa si avvicina una coscienza pensante che la comprenda in quanto pianta? La veridicità di un pensare "asettico" rispetto alla presunta completezza di un mondo in sé, risulta pertanto una superstizione, una vacillante benché quasi dogmatica credenza popolare".
Ciò aumenterà la paura di chi, come costui, si presenta come un "doppio" di se stesso: egli sente vacillare il calco della sua identità, modellato sull'adesione unilaterale al mondo dei sensi, nel quale ripone ogni fiducia di certezza ben al di là di quanto tale mondo oggettivamente esprime, e ciò aumenterà ulteriormente le sue difese.
Questo suo "doppio" può divenire, anzi, talmente preponderante da fornirgli il più solido dei punti di appoggio: dal quale osservare il mondo, formulare giudizi, e formare rappresentazioni.
In definitiva, arriva a forgiare la sua mentalità in forma di un rigido elmo, sotto la cui protezione egli può così affrontare le prove della vita.
Ciò che rende tollerabile la credenza che il pensare sia in sé qualcosa di non connesso al mondo è un'esempio di tali credenze superstiziose e di tali pregiudizi: si tratta dell'assurdità che il pensare umano sia qualcosa di meramente soggettivo, o di individuale come il nostro percepire o il nostro sentire.
Ma non è così.
Il pensare non è individuale come il sentire. È universale. Acquista un’impronta individuale in ogni singolo uomo solo perché riferito al suo individuale sentire e al suo individuale percepire. I singoli uomini si distinguono fra loro mediante quelle particolari sfumature del pensare universale.
Il nostro pensiero pensa sempre con la personale autorità della verità: non a torto, perché, pur manifestandosi individualmente, in realtà scaturisce da un’essenza fondata su se stessa in quanto universale.
La situazione contraddittoria del pensiero attuale è ancora il suo essere privo di coscienza di tale universale e tuttavia attribuire, con autorità, valori universali.
Quando il "cervello cablato" fa affermare al nichilista: "Non esiste verità", costui enuncia qualcosa che egli autorizza a ritenere per vera, contraddicendo così la sua stessa enunciazione.
Lo stesso vale per il relativista col suo detto "tutto è relativo", altrettanto contraddittorio.
Costoro - e tutte la bande di matti sostenitori dei vari materialismi, spiritualismi, ideologismi, e così via, che peccano di tali inconseguenze dovute a mancanza di autoconsapevolezza - non si accorgono di essere indiavolati, cioè catturati ancora da quelle mega-entità ostacolatrici che suggeriscono loro di definire tutto: è in fondo il medesimo spirito del civis romanus, o pilatismo. Non si accorgono che le loro dichiarazioni partono dall'"intelligenza" di Pilato, il quale, per es., si chiedeva: "Che cos’è la verità?".
Eppure, un triangolo ha solo un singolo concetto. Per il contenuto di quel concetto è indifferente se lo afferra il portatore della coscienza umana A oppure il portatore della coscienza umana B. Ma viene afferrato in modo individuale da ognuno dei due portatori di coscienza.
Contro quest’idea sta dunque un pregiudizio difficile da superare. Esso non permette di vedere che il concetto del triangolo, afferrato dalla mia testa, è lo stesso di quello afferrato dalla testa del mio prossimo.
L’uomo semplice si ritiene il creatore dei suoi concetti. Crede quindi che ognuno abbia concetti suoi propri. Superare questo pregiudizio è una delle esigenze fondamentali del pensare. L’unico concetto del triangolo non diviene una pluralità per il fatto di venire pensato da molti, perché il pensare dei molti è esso stesso un’unità.
Il giudizio ha sempre in ogni uomo la forza dell’autorità, anche quando sbaglia.
Ma non è l’universale del pensiero che sbaglia. L'errore è invece il suo mancare di coscienza della propria fonte, cioè dell’universale, indipendente dall’organo mediante cui si manifesta.
Spesso, quando parlo con i miei simili di queste cose, non posso fare a meno di notare il livello di tale incapsulamento in risposte del tipo: "tutto ciò è troppo difficile...", "tu sei troppo avanti, nessuno può capirti...", "bisogna stare coi piedi per terra...", ecc.
Sono tutte resistenze, paura di vedere che cosa ci sia dietro l'effimera sicurezza di cui ci si appaga nella vita; che cosa c'è dietro ogni certezza maturata sul fondamento corporeo; ma anche che cosa c'è dietro la beatitudine della facile elevazione. È la paura di vedere che cosa si muove realmente dietro i pensati umani, da che cosa essi sono innescati. Si può dire paura del cielo, ma altrettanto si può legittimamente dire paura della terra: in realtà, paura dell'uomo di assolvere il suo compito di connessione tra terra e cielo.
Si può scoprire - e ciò vale soprattutto per chi ha fatto della ricerca interiore il compito della vita - quanto pensieri e coscienza siano debitori a forze che con la vera natura del pensare non hanno nulla a che fare.
Il principio idrostatico di Archimede vale anche nel rapporto fra mondo percettivo e la nostra organizzazione dell’Io: la forza di gravità della materia cerebrale non è attiva nel processo di formazione delle immagini e della rappresentazione.
Se infatti il nostro cervello, col suo peso di 1500 grammi circa, poggiasse sulla sua base, i vasi cerebrali ne rimarrebbero schiacciati.
Il cervello invece non è appoggiato sulla propria base, ma galleggia nel liquido cerebro-spinale, e per il principio della spinta ascensionale esso perde tanto del proprio peso quanto è quello del liquido spostato [principio di Archimede], per cui esso grava sulla base per 20 grammi, invece che per 1500.
Questo importante fenomeno mostra che la forza di gravità non è attiva in ciò che è sostenuto dalle funzioni cerebrali. E le funzioni cerebrali non sostengono tutte le attività dell’Io?
L’attività dell’Io e la relativa attività rappresentativa propriamente detta non si fondano dunque sulla gravità della materia cerebrale, bensì sulla sua spinta ascensionale.
L'attività cerebrale, cioè il corrispettivo fisico dell'attività rappresentativa, si fonda su una forza che tende ad allontanare la materia dalla terra.
Con i miei pensieri, io non vivo nella forza di gravità, ma nella spinta ascensionale. E' questo movimento dal basso all'alto che permette ogni mia esperienza di formazione delle immagini: le cose intorno a me vengono "salvate" nella mia memoria come immagini, tramite lo "scollamento" della loro forma... piena di oggettivo contenuto immaginativo.
Ancora oggi molti preferiscono l'idea del corpo che produce la vita o del cervello produttore del pensiero, anziché quella che vede la vita produrre il corpo, o tutt'al più il cervello riflettere la vita.
La luce è prodotta da una candela; se la candela viene spenta, la luce scompare.
La luce viene riflessa da uno specchio; se lo specchio viene portato via, la luce tuttavia continua a brillare.
Altre scienze si comportavano invece come si comporta la teologia ancora oggi, quasi a voler sostenere che che dal 3° secolo a. C. nulla di nuovo è avvenuto sotto il sole.
Eppure nuova sotto il sole non era venuta la libertà se era stato detto che il sabato era fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato? Non era l'esperienza psicologica della libertà un compagno invisibile dell'Io che scopriva la propria solitudine, anche dal sangue delle sue generazioni? Il sole non illuminava fedele l'Io caduto nell 'oscurità dell'eclissi di Dio, nel suo silenzio? La libertà non era penetrata tra l'azione e il suo autore nel regno della legge, senza toccarne di essa un solo jota?
E per essa sotto il sole non è nato l'Io umano?
In quel periodo in cui si preferì derivare il pensare o lo spirito-sovrastruttura dal corpo, e l'Io stesso dal corpo, la visione che riconobbe come reale solo il quadro degli avvenimenti terreni, e, in questi, solo quello degli esseri presenti sulla terra, e, tra questi, solo quello degli efficienti, potenti, violenti, degli informati, sapienti, saccenti, si dimostrò progressivamente un assurdo, una specie di straniamento progressivo dell'umanità.
Tutto ciò è oggi - per fortuna - solo un brutto ricordo, e se voglio chiarire cosa sta prima, il corpo o lo spirito, devo attuare l’operazione (spirituale) del pensarci, perciò è da questo, cioè dall’immateriale e antigravitazionale pensiero che bisognava - e bisogna - partire...
Senz’altro il Creatore doveva sapere come trovare il presupposto corporeo allo spirito. In quanto essere umano però io devo comprendere il mondo, non crearlo. Io non sono il Padre eterno.
L’altro motivo è che la Chiesa ha omesso la spiegazione filosofica, anticamente ancella della teologia, sostituendola con altra teologia, quella dogmatica. L'Io, il vino nuovo, è stato relegato nella legge, nel dogma di fede, nell'otre vecchio... perciò non può che scombussolare il pianeta. La Terra è espressione del corpo fisico del Cristo, e contiene in sé una specie di vivente, diversa da ogni altra specie, in quanto completamente nuova, e anticamente detta dai profeti che l'auspicavano, la specie dei figli dell'uomo. Essa era caratterizzata dal fatto (inaudito per quei tempi) che i suoi appartenenti avrebbero incominciato ad incarnarsi come "Io", ognuno appunto costituendo una specie a sé, non poggiante su carne e sangue. Erano i tempi in cui si sapeva "ciò che nasce dalla carne è carne, e ciò che nasce dallo spirito è spirito"...
L'essere umano possiede un grande capitale: la vita, e ha la proprietà dei "mezzi di produzione" che sono i suoi occhi, le orecchie, il cervello, i polmoni, il cuore, le braccia, le gambe, ecc... ed egli li esercita, li sostenta, li perfeziona e li conserva per se stesso: è "capitalista".
Quando poi il suo capitale comincia a produrre, deve organizzare questa produzione al fine di far trarre profitto dei suoi guadagni anche agli altri... infatti solo allora essa è vivificata e vivifica, illumina, riscalda, e lui è diventato comunista.
Ma non puoi essere comunista se prima non hai saputo essere capitalista per far fruttificare il tuo capitale.
E non sei un buon capitalista se non distribuisci la tua ricchezza, poiché in questo caso ciò che possiedi ristagna e marcisce.
Il vero comunismo e il vero capitalismo, per la giustizia dell'"oltre", vanno insieme, e sono assolutamente necessari entrambi per il buon funzionamento del mondo.

Sul rito

Nella misura in cui il pensare si libera in se stesso, afferra se stesso, soprattutto percependo il momento in cui incomincia a mutarsi in dialettica. Allora divenendo percepibile nel suo farsi onda sonora, parola, o canto, e feedback di risposta dialettica, lo si può percepire come vitalità capace di andare oltre la dialettica, dunque come vitalità metadialettica. Proprio in quel momento diventa possibile all'io, situato nel veicolo della forza-pensiero, l'accesso alla vitalità del capo
La vitalità, cioè la forza della vita, attende sempre dal movimento del pensiero l’autonomo atto dell'Io, per ricongiungersi all’io come forza individuale.
Nelle varie dialettiche quotidiane, la normale dinamica del pensiero è quella di opporsi, senza saperlo, alla virtù della propria origine, e di fatto si rinuncia all'evento per il quale il pensiero è nato. È la via del razionalismo agnostico o dello pseudo-esoterismo per cui, per esempio, tutto è maia: affermando che tutto è maia ci si oppone senza saperlo al luogo interiore da cui scaturisce l’affermazione, che per essere vera dovrebbe comprenderla in quanto parte del tutto. Se tutto è maia, è maia anche l’affermazione che tutto è maia. Se tutto è relativo, è relativo anche l’affermazione che tutto è relativo. Se tutto è soggettivo, è soggettiva anche l’affermazione che tutto è soggettivo. Il pensiero debole, accontentandosi di queste incongruenze, indebolisce però la vita del pensiero, che insoddisfatto cerca poi i surrogati, le compensazioni alla vita mortificata. Le compensazioni possono essere di vario tipo, ma non possono esistere compensazioni alla vita che non siano vitali. Se la compensazione introduce in noi altra mortificazione, è come una metastasi. Dunque non può essere una risoluzione.
Solo la corrente di vita da cui sorge il pensiero può essere risolutiva. Ma come è possibile ritrovare tale corrente?
Occorre riconoscere l’errore per superare l’errore.
Se il pensiero si identifica con le cose facendone simulacri dialettici, occorre riconoscere tali simulacri, anche nella loro riesumata forma magico-rituale tradizionale.
Un rito tradizionale è sempre il supporto a POTENZE dell'io ancora incapaci di azione diretta nell'uomo come forze coscienti e che mediante istruzioni eterodirette (originariamente ricevute da iniziati, per le epoche che precedono quella della individualità) tendiamo a far coincidere sul piano umano con correnti cosmico-metafisiche corrispondenti.
Quando quelle POTENZE penetrano direttamente nell'umano, fino ad esprimersi nell'individualità come pensiero e coscienza di sé del pensiero, il rito cessa di essere necessario.
Per penetrare in noi queste POTENZE esigono una forma nuova. Questa forma nuova, questa novità è la pura e consapevole forma dell'autocoscienza.
Il procedimento rituale-cerimoniale è oggi necessariamente un errore tecnico e un atto avverso allo spirito e al destino dei popoli, in quanto le relazioni astrali, planetarie e zodiacali, sono radicalmente mutate, e soprattutto perché da circa cinque secoli, sopraggiungendo l'epoca dell'anima cosciente esse sono state invertite.
Infatti l'aspetto tecnico dell'errore consiste nel fatto che le forze che si presume evocare ritualmente, non sono fuori di tale evocare, ma dentro. Sono nell’io, e costituiscono proprio il processo dell'io.
Il reale compito magico è oggi la percezione di tali forze, nelle quali è presente, come uno, tutto quanto è disseminato in ogni tradizione.
Anche se oggi esiste (può esistere) qualche risultato positivo dell'operazione rituale, ciò non deve trarre in inganno: perfino la guarigione di un male fisico può essere l'irretimento di una persona da parte di entità anti-umane, che hanno afferrato le strutture morte degli antichi occultismi.
La persona, se è sana, scopre con il tempo l'inganno del ritualismo. Perché il ritualismo è in sé opposto alla direzione "solare".
La persona sana deve infatti saper distinguere la retta intenzione esoterica dalla sua forma egoistica e da tutte le presunzioni di essere guaritori e aiutatori del prossimo.
Per distinguere la retta intenzione dalla sua forma egoistica deve trovare la nuova forma che corrisponde OGGI a quella retta intenzione, cioè la vera forza guaritrice, che opera nel silenzio, sconosciuta, senza vanità di cronistorie terapeutiche.
Se la guarigione di un male dovesse essere il segno del divino, il fenomeno della salute di cui godono certi distruttori della salute altrui non sarebbe forse preoccupante?
La vera terapeutica esige oggi il rapporto del terapeuta con il karma del paziente, che è un rapporto dell'io superiore col senso finale della malattia: a seconda della direzione da cui proviene la terapia, un male fisico eliminato può essere un regresso spirituale, o viceversa.
Compito dei terapeuti attuali dovrebbe essere lo studio del senso occulto del Faust di Goethe, perché attraverso di esso avvertirebbero che cosa è il POTERE interiore dell’uomo come antidoto agli assalti di Mefistofele.

Oggettività

Se si chiede allo scienziato quale sia il presupposto fondamentale del metodo scientifico-sperimentale, molto probabilmente si avrà come risposta: l'oggettività.
L'oggettività scientifica è però in definitiva solo una mera intenzione.
Non è possibile infatti essere "oggettivamente scientifici" e pensanti insieme: se da una scienza rigorosamente oggettiva, si pretende che ricavi il proprio contenuto solo dall'osservazione, allora bisognerebbe pretendere che rinunci a tutto ciò che per sua natura va oltre ciò che si osserva. Ciò che però per sua essenza tende ad andare liberamente oltre ciò che si osserva è proprio il pensare.
Se l'osservare fosse il mero sgranare gli occhi su un oggetto senza pensare alcunché, non vi sarebbe il problema, e l'osservazione non sarebbe molto diversa da quella fatta da un animale o da un soggetto allucinato.
L'osservare presume ma non esclude il pensare. Oggi non se ne parla molto, ma questa cosa è essenziale se si vuole approfondire davvero il problema.
Questo dilemma moderno ha le sue radici nella nascita e nello sviluppo storico della scienza stessa.
Se andiamo indietro di qualche secolo, il vero significato della scienza moderna o il modo di pensare che ne sta alla base risulta in due precise e significative testimonianze. Si tratta di due pubblicazioni distanti un secolo circa una dall'altra: la pubblicazione del cardinale Nicolò Cusano (1401-1464) della "Docta ignorantia" (1440), e la "De revolutionibus orbium coelestium" (1543) di Copernico (1473-1543).
Nella prima vi è l'ammissione chiara che la conoscenza di allora non era più in grado di raggiungere in modo diretto lo spirito e che esclusivamente attraverso la più certa fra le scienze - la matematica - sarebbe stato ancora possibile sperare di avvicinarvisi, mediante figure simboliche.
Nell'altra pubblicazione, quella di Copernico, il pensiero matematico, il sapere matematico, applicato un secolo prima timidamente e simbolicamente alla conoscenza della sfera spirituale, viene invece applicato alla descrizione dell'universo, rivelato dalla sicura matematica.
Da questo momento in avanti il mondo comincia ad essere visto in modo meccanico: se per i saggi antichi l'universo non era la macchina o un complesso meccanico, ora incominciava a divenire ciò che appare agli uomini d'oggi: un meccanismo.
Per gli antichi, che erano personalmente inseriti nella spiritualità universale, il cosmo era un insieme vivente, un ente che tutto compenetrava e che comunicava loro attraverso un linguaggio cosmico, che sentivano vivere e operare entro l'infinito, il quale coi fenomeni cosmici rispondeva alle domande sui grandi problemi che essi ponevano all'universo.
L'elemento "celeste", il celato, l'occulto, cioè quel che noi oggi, infinitamente indebolito e astratto, chiamiamo spirito, veniva concretamente percepito.
L'uomo sentiva che lo spirito era presente ovunque e che ovunque poteva essere percepito.
Guardando dentro di sé invece, egli riusciva a percepire l'anima, l'"animatrice" del pensiero e perciò messaggera dello spirito. Ed era con l'anima che sapeva di poter cogliere il mondo materiale-corporeo, come immagine dello spirito.
In questa antica sapienza, non esisteva contraddizione fra corpo ed anima, né fra natura e spirito. E poiché il corpo umano era percepito come affine a tutti gli altri corpi della natura, l'uomo si sentiva un'unità, un "monon" con tutto il rimanente mondo, in quanto era capace di farsi consapevole della figura originaria dello spirito e della vastità dell'universo.
Non vi era contrasto fra soggetto interno e oggetto esterno.
Il contrasto fra il soggetto che sta dentro di noi e l'oggetto che sta fuori, è tipico invece dei tempi moderni, di quando cioè la natura incomincia a "trasformarsi" nell'oggetto della conoscenza, e la conoscenza, per propria stessa esigenza, si pone come méta, appunto, l'"oggettivo".
Ma il cosiddetto "oggettivo" degli scienziati attuali - e di questa differenza bisognerebbe farsi consapevoli - non è il contenuto del concetto di "natura" che sperimentavano gli antichi.
"Oggettivo" oggi è solo "ciò che è dotato di corporeità materiale", e in cui non viene più scorto nulla di spirituale.
In tal modo la natura, che deve essere compresa da me (soggetto) come qualcosa (di "oggettivo") che sta fuori di me, diventa priva di spirito.
L'uomo si mette alla ricerca di una scienza naturale esteriore in quanto ha perso il suo nesso interiore con la natura.
Di tale perdita è testimone lo spirito stesso del nostro linguaggio: è notevole l'incongruenza che ci mostra: nella parola "natura" vi è un rapporto etimologico con il "nascere" vitale, mentre quel che oggi si intende per "natura" è solo e soprattutto un mondo che abbraccia - "scientificamente" - solo ciò che è morto: la conoscenza della natura del corpo umano è oggi ritenuta scientificamente valida in misura di autopsia, cioè se si acquista dal sezionamento di cadaveri.
Anche la posizione attualmente assunta nei confronti della matematica e del suo rapporto con la realtà è significativa per la comprensione dell'attuale pensiero scientifico: per un matematico d'oggi esporre la geometria significa prendere le mosse dalle tre dimensioni dello spazio. Nello spazio tridimensionale egli distingue tre direzioni, ma non sarebbe mai giunto a concepirle, se non avesse in se stesso la possibilità di sperimentare un triplice orientamento:
- 1) dall'avanti all'indietro, per esempio nella funzione dell'alimentazione: già il semplice succhiare il latte materno fa sperimentare il direzionale senso rettilineo da fuori (avanti) a dentro (indietro);
- 2) simmetrico bilaterale, per esempio nel movimento del braccio destro e in quello simmetrico del sinistro;
- 3) dal basso all'alto, nel cambiamento di direzionalità dell'infante che a poco a poco si erge in piedi, terminando la fase di strisciare per terra o di camminare a quattro gambe.
Questi tre orientamenti dell'uomo vengono oggi considerati come qualcosa a lui esterno: i processi che nell'organismo si svolgono essenzialmente dall'avanti all'indietro, da destra a sinistra (o da sinistra a destra) e dall'alto in basso, non vengono sperimentati nella loro qualità interiore, ma solo osservati esteriormente: lo schema spaziale escogitato dalla geometria analitica che pone un punto in uno spazio astratto e traccia tre coordinate ortogonali, è sentito come vuoto e separato da qualsiasi sua esperienza.
È anche per questo motivo che la matematica insegnata a scuola è spesso vissuta dagli studenti come qualcosa di ostile. Non si tratta di antipatia immotivata verso questa materia, bensì del fatto che essa è stata nel corso di questi ultimo quattro secoli via via sempre più "disumanizzata" e inaridita: astrattizzata dal proprio umano contesto.
A differenza fra l'antica concezione di matematica, legata all'esperienza umana, e quella moderna asetticamente estrapolata dalla vita interiore, appare caratterizzata anche dal fatto che oggi si perde sempre più confidenza già con lo spirito stesso del nostro linguaggio: ci si allontana talmente da esso che diventa sempre più difficile essere consapevoli della differenza, per esempio, fra "concetto" (contenuto concettuale, spirituale) e "parola" (materializzazione sonora o scritta del concetto).
I nomi dei numeri sono esempi illuminanti di tale allontanamento. Si pensi per esempio alla parola "due", etimologicamente formatrice della parola "dubbio", che è uno stato d'animo incerto fra pensieri diversi o contrari ondeggiante quasi fra "due" pensieri. "Due", in tedesco "zwei", esprime ancora distintamente un processo concreto: il verbo "entzweien" significa infatti "spaccare in due", "separare", ed ha anch'esso un'affinità con il dubitare, che si dice "zweifeln". Se poi si tiene presente che la lettera U in latino si scrive V, si ritrova ancora un nesso con le lettere "dv" della parola italiana "dividere". Ciò dovrebbe bastare per prendere coscienza (o meglio riprendere coscienza) del rapporto fra matematica e interiorità. Per esempio, che il numero due venga espresso dalla radice di "entzweien" o di "dividere", non è per nulla attribuibile a qualcosa di esteriore - come è avvenuto per lo schema spaziale tridimensionale - bensì proprio a un'esperienza interiore di schema, così come era per gli antichi.
Molte cose del nostro comune parlare sono tenute insieme da un vero e proprio organismo logico continuamente rivivificato dallo spirito del linguaggio. Grazie all'osservazione del linguaggio si può prendere atto di come sia profondamente radicato nella cultura odierna il "dilemma attuale" della nostra civiltà.
Quanto segue ne mostra un ulteriore e importante aspetto.
L'idea di "mistica" ha assunto sempre più nei tempi moderni un senso di morbosità dovuto all'uso ideologico-confessionale del termine.
Nel concetto antico della perfezione dei numeri infatti - scrive Arturo Reghini nella sua opera sui numeri pitagorici - non vi è "nulla di "mistico" nel senso moderno, morboso e deteriore della parola; e del resto tutta l'arcaica aritmetica mistica [...] di cui si occuparono il cardinale Niccolò Cusano [...] e Giordano Bruno, sebbene poco accessibile e poco conforme alla mentalità occidentale odierna, è una cosa assai più seria di quella "mistica dei numeri perfetti" di cui Pareto si è fatto facile beffa" (A. Reghini, "Dei numeri pitagorici", Ed. Ignis, p. 16; Vilfredo Pareto, "Trattato di Sociologia Generale, Firenze, 1916, 2 ed., Vol I, p. 497).
Nei primi secoli cristiani però mistica e matematica venivano poste sul medesimo piano di importanza. La vera mistica era ciò che si sperimentava nell'anima. La matematica, una mistica che si sperimentava anche esternamente, tramite il corpo.
Geometria e matematica, generate dal sistema di movimento (metabolico) dell'organismo umano sono dunque mistica oggettiva. Ciò viene confermato anche dal linguaggio: "màthesis" significa in greco "dottrina", "oggetto di cognizione", "conoscenza" e da questo punto di vista, "mistica", "màthesis" e "matematica" sono davvero una cosa sola.
La mathesis è per Giordano Bruno "la miglior guida alla contemplazione del puro intelleggibile" ("Opere latine di Giordano Bruno", a cura di C. Monti, Ed. UTET, Introduzione, p. 46).
In questi ultimi cinque secoli, in cambio di costruzioni matematiche e di rapporti fra i movimenti esteriorizzati,
L'uomo antico era consapevole della propria gestualità e condannava la non consapevolezza come un peccato: "... vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e mi rende prigione della legge del peccato che è nelle mie membra". In questo passo della Lettera di S. Paolo ai Romani (Rom. 7,23), si trova ancora qualcosa di una veggenza del movimento degli arti, che è andata sempre più perdendosi assieme alla facoltà autocosciente che ne deriva: l'uomo moderno tendendo infatti a muoversi in modo sempre più nevrotico e incosciente (si confronti il concetto di "liberazione cinetica" della moderna psichiatria)
ha strappato via la matematica dalla sua connessione con l'interiorità, perdendo gradualmente anche l'esperienza del movimento corporeo precedentemente posseduta .
Ciò che permise la nascita dell'astronomia copernicana fu un fatto storico determinante. La matematica (màthesis) era mistica oggettiva, e gli esseri umani, vivendo dentro l'astronomia, sapevano misurare il cosmo mediante il loro organismo in movimento. Poi posero nel cosmo un sistema di coordinate. Ma da tale sistema appena nato essi stessi uscirono progressivamente. L'affermarsi del sistema copernicano è insomma la naturale conseguenza derivante dalla progressiva perdita nell'uomo dell'antica facoltà di sperimentare le cose in se stesso.
Fu un mutamento radicale di tipo sovversivo che si sviluppò in quell'oscuro periodo, caratterizzato, fra l'altro da eventi come quello dell'esecuzione di Giordano Bruno da parte della chiesa.
Questo punto non è considerato dalla nostra cultura attuale, eppure è un importante fatto della storia dell'umanità: poter ammettere il centro di un sistema al di fuori della sfera terrestre consisteva in una completa sovversione dell'atteggiamento psichico dell'umanità civile di allora. Chi sa veramente immaginarsi i fatti, non può non riconoscere la nascita del pensiero scientifico moderno connesso con tale elemento di sovversione.
Ed è in questo contesto che Giordano Bruno appare come il glorificatore della concezione moderna del mondo e dell'idea copernicana.
Egli è fatto fuori non per queste sue idee ma perchè lasciò ancora spazio dentro di sé alla matematica mistica, alla mistica oggettiva.
Giordano Bruno è profetico in quanto si accorge che non è assolutamente evolutivo per l'umanità passare dal dogmatismo allo scientismo, cioè ad un’altra forma di dogmatismo.
"La cena de le ceneri" è l'opera in cui Bruno mette a punto lo schema generale della sua visione del mondo. Egli espone con abilità e competenza le prove copernicane contro il geocentrismo aristotelico e tolemaico aderendo letteralmente e realisticamente alle tesi sostenute nel "De revolutionibus". La rete dimostrativa matematica prodotta da Copernico a sostegno della propria astronomia viene da Bruno tenuta in secondo piano, a volte frettolosamente compendiata, a favore di un utilizzo principalmente filosofico delle acquisizioni scientifiche. Allo stesso tempo, [...] non cerca di costruire un quadro concettuale fisso, sistematico, ma procede costantemente per accumuli e stratificazioni, dando corpo a un intreccio strutturale di metafisica e cosmologia. [...] Egli vede con chiarezza il rischio che comporterebbe l'accettazione dell'eliocentrismo solo come ipotesi operativa di carattere matematico (sarebbe perpetuare gli errori tradizionali solo portandoli su scala maggiore)" (G. Bruno, "La cena de le ceneri", Ed. Mondadori, Introduzione di A. Riccardi, pp. XIII-XIV).
Oggi invale l'asserto: "è scientificamente dimostrato". Ieri valeva: "è un dogma di fede". Ambedue queste espressioni chiudono ogni possibile apertura alla ricerca della Verità ed è questo che Giordano Bruno aveva presentito, tanto da non dare eccessivo spazio alla depurazione della matematica dalla mistica.
Egli infatti, possedendo ancora l'esperienza interiore, si esprime sull'universo in modo più lirico che matematico. Soprattutto, si esprime sul sistema copernicano in un modo diverso da come si espressero lo stesso Copernico, Galileo, Keplero, fino a Newton, vero fondatore della mentalità scientifica moderna.
Con Newton si costruisce proprio quel quid cosiddetto oggettivo, congetturato senza più alcuna relazione con un'esperienza diretta dei fatti. Con Newton viene affermata l'aspirazione a separare del tutto l'esperienza fatta nel corpo fisico umano e ad oggettivare ciò che in passato si era concepito come strettamente congiunto con tale esperienza. Tramite tale separazione nasce la fisica moderna: "solo per effetto di tale separazione (cfr. R. Steiner, "Nascita e sviluppo storico della scienza", Ed. Antroposofica, VII conferenza).
Con tale separazione però non è più possibile esprimere secondo criteri scientifici per esempio l'idea di moto.
Senza la mia partecipazione al moto in quanto osservatore mi sarà infatti completamente indifferente se sia quel tale oggetto a muoversi rispetto a un altro o se sia quest'altro ad essere in movimento.
Per far capire meglio questa idea, si pensi al vecchio trucco usato nel cinema grazie al quale l'attore che sta al volante di un auto ferma in uno studio cinematografico, sembra essere in corsa perchè numerose immagini di una strada e di un paesaggio sfilano dietro di lui in velocità. Se io guardo queste immagini ho l'illusione del movimento di un oggetto che però nella realtà è fermo. Quel movimento è dunque qualcosa di relativo. Nel caso in cui invece sia io a camminare realmente, nessuno, neanche la "Scienza" dovrebbe poter decretare, neppure secondo la teoria della relatività di Einstein, che è indifferente o relativo se sia io a muovermi o se sia il terreno a farlo in direzione opposta. Eppure la scienza di oggi ha ancora questa pretesa, una pretesa "scientifica" costruita su concetti totalmente inattuabili.
Albert Einstein (1879-1955) nel suo scritto "Sulla teoria della relatività speciale e generale", pubblicato a Braunschweig nel 1917 esprime la sua teoria della relatività servendosi di astrazioni talmente astratte da essere totalmente inapplicabili al mondo reale. Egli si serve di un esempio che può essere solo immaginato ma non realizzato. Si tratta dell'idea di un uomo che ha in mano una piuma e un legno da far cadere sperimentalmente. Questo uomo si trova all'interno di una cassa lontana da ogni campo gravitazionale e, ciò nonostante, attaccata a una fune. Il ragionamento è più o meno il seguente: se l'uomo lascia la presa della piuma e del legno, non è detto che il legno e la piuma cadano sul fondo; potrebbe darsi che sia l'intera cassa a venir sollevata verso l'alto... Nel secolo passato, cose di questo genere erano oggetto di dibattito scientifico e venivano giudicate grandi scoperte. In realtà esse non sono altro che "la testimonianza di come si sia giunti a un'astrazione estrema, di come il materialismo, proprio per quella via, tanto abbia fatto che non ci sia più nulla della materia, e si riesca a vivere in una costruzione di pensieri avulsi da ogni realtà" (R. Steiner, "Corrispondenza fra microcosmo e macrocosmo", Ed. Antroposofica, VIII Conferenza).
Se da una parte Newton era ancora del tutto certo di poter ammettere dei moti assoluti, con pensieri basati su una concezione della matematica totalmente quantitativa, dall'altra,
Per esempio con pensieri del tipo: "un sole attira un pianeta in modo che la forza di attrazione diminuisce in proporzione al quadrato della distanza e aumenta in proporzione della massa dei corpi" (Cfr. R. Steiner, "Nascita e sviluppo storico della scienza", VII conferenza, Ed. Antroposofica).
Dopo cinque secoli di copernicanesimo esclusivamente matematico-quantitativo, era dunque ora necessario avvertire gli uomini che le cose non erano giuste. Ecco dunque l'impegno di superare questa concezione materialistica, che farà dire ad Einstein frasi come la seguente (Berlino, conferenza del 1921): "Nella misura in cui le si riferiscono alla realtà, esse non sono certe, e nella misura in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà".
Ovviamente tali "proposizioni matematiche" non hanno più nulla della "màthesis" mistico-qualitativa di Giordano Bruno.
La teoria della relatività di Einstein è, da questo punto di vista, una necessità storica: dovrà esistere fino a quando si riuscirà a farne a meno. Essa esiste nella misura in cui l'uomo continua a valersi di concetti che prescindono del tutto dall'uomo. Infatti, volendo conseguire conoscenza del moto o dello stato di quiete, occorre partecipare all'esperienza del moto o dello stato di quiete. Se non vengono sperimentati, perfino moto e quiete sono reciprocamente soltanto relativi.
Il dilemma di oggi è appunto questo: superare la teoria della relatività... e superare soprattutto il relativismo del pensiero odierno, che è pensiero debole sconfinante nel nichilismo.

Conclusione

Queste riflessioni non avevano nessuna altra pretesa se non quella di stabilire una volta per tutte, universalmente ed assolutamente, che uno più uno fa due!...
La cosa certamente farà ridere la persona sana di mente. Infatti è ridicolo premettere tutte queste parole, questa conferenza appunto, per poter affermare qualcosa che il sano pensare umano reputa ovvio, e cioè che uno più uno fa due.
D’altra parte, il malato mentale, o il sostenitore del pensiero debole, sosterrà senz’altro che il risultato di tale operazione (1+1) non dovrebbe essere considerato assoluto, ma relativo, in quanto “tutto è relativo”. La magia di oggi arriva a sostenere, in nome del "pluralismo" del pensiero, che tutto è relativo e che quindi anche il pensiero matematico è relativo, escludendo però da quel tutto la conclusione del relativismo, che viene considerata assoluta. Ecco perché il relativista è in fondo un cretino, in quanto dal suo punto di vista qualsiasi certezza rende incerta la sua dottrina, perciò non può fare altro che dubitare perennemente su tutto, salvo poi ricorrere alla magia come mezzo per conquistare la stabilità materiale, psicologica, affettiva.
Personalmente non ho nulla contro la magia, nella misura in cui essa lavori contro il caos, generato dalle paure e dalle incertezze umane.
Ma il bisogno di utenti magici sedicenti filosofi di credere nel magico dovrebbe essere approfondito. Non per condannare in nome della scienza di Stato o della religione di Stato la magia stessa, né per assolverla, bensì per comprendere serenamente quello che succede nel mondo da sempre.
“L’abilità di Ipazia - scrive Luciano De Crescenzo nella sua “Storia della filosofia medioevale” - stava nel fare andare d’amore e d’accordo la fede e la matematica, neanche fossero due materie complementari. Come ci riuscisse non l’ho mai capito. Lei, in pratica, cercava di dimostrare l’esistenza di Dio attraverso una serie di ragionamenti matematici […] del tipo “uno più uno uguale a due” […] [Ipazia] fece una fine orribile […] fu fatta a pezzi da tale Pietro il Lettore e da una folla di fedeli inferociti”(1).
Oggi i “fedeli” (per esempio i fedeli al pensiero debole) non si inferociscono più solo in quanto, dalle scuole elementari fino alle università si insegna che tutto è relativo, matematica compresa. Perciò i numeri non li spaventano più.

(1) Luciano De Crescenzo, “Storia della filosofia medioevale”, Ed. Mondatori, Milano 2005.