Thursday, March 30, 2006

Giocare

Premessa ai giochetti

Nereo risponde a Stefano (La "Risposta a Stefano" è anche risposta ad un manipolo mentecattocomunista di detrattori - "Himma", "Fatina", "Ritama", "Matarisci", "Claudio", "Michele", Alex", "Simona", ecc., ecc. - MA-ANCHE (Veltronismus imperat) estimatori di Nereo Villa :D :D :D :D :D :D :D :D :D) : "Caro Stefano, la risposta ad ogni tua domanda potrai averla in te stesso se saprai rispondere a quest'altra domanda da parte mia: per quale motivo la responsabile del gruppo della conferenza di Pescia si preoccupò di dirmi che la conferenza che avrei dovuto tenere da lì a qualche giorno (successiva a quella del 14 maggio 2006) avrebbe dovuto svolgersi senza la pretesa di essere "ascoltata" dagli ascoltatori? Io non sono abituato a premesse di questo tipo rispetto a ciò che ho da dire o comunicare agli altri. E mai mi presterò a simili cose. Da allora ho cercato continuamente di spiegare le mie ragioni, ma dato che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, ha vinto per forza di cose l'ambiguità di chi sostiene che è giusto tutto e il contrario di tutto. Cioè: "Vieni a parlarci però non pensare di essere ascoltato più di tanto perché ognuno ha la sua verità e bla, bla, bla, bla...". Questo è proprio ciò che io contesto e che combatto in quanto sulla base del relativismo di pensiero, si è arrivati allo sfascio in ogni campo sia individuale, che sociale, che economico, che politico, ecc... [...].
Fonte:
http://digilander.libero.it/nereovillarisponde/a_stefano.htm

GIOCARE

Ogni bambino che gioca con un altro bambino è un fondatore di comunità in quanto mette in comproprietà i suoi giocattoli o le sue idee per giocare. I bambini che giocano, non giocano per avere giocattoli ma per usarli. Non fondano gruppi di gioco aventi l’occulto fine di diventare comproprietari della sabbia del mare per costruire castelli o del Meccano o del Monopoli. Semplicemente si divertono in quanto comproprietari. Sentono che giocare insieme è bello. Allo stesso modo i suonatori suonano mettendo a disposizione del gruppo i loro strumenti.
Oggi si vedono invece risultati di manovre che nascono proprio col fine di legalizzare la truffa in tutti i campi. Però la felicità manca in quanto manca il senso del lavoro. Il senso del lavoro è il senso del gioco. Se quello manca, manca tutto e c’è schiavitù.
A fondamento di questa infelicità vi è un pensiero infelice: credere che la società generi comproprietà. Ma ciò non è vero e il pensiero diventa infelice nella misura in cui è contrario alla verità: vivere la comproprietà genera società, non il contrario. Il contrario non è neanche vivere, perché è un sopravvivere in un mondo di rapina, reputato ostile.
In realtà il mondo esterno non è ostile. Ostile al pensiero del gioco nella felicità è solo un pensiero infelice, dunque qualcosa che è interno, non esterno.
Anziché accorgerci che è possibile convertire il movimento del nostro pensare e dirigere l’attenzione verso i fantasmi interiori che ci fanno odiare l’esterno creduto malvagio, creiamo rimedi al male esterno attraverso tali fantasmi, modelli di pensiero, istituzioni poggianti su modelli, leggi, disegni di legge, fantasmi, fantasmi giuridici appunto. È naturale che quei rimedi si rivelino poi più malati del male che si intendeva curare.
Il “discorso” che il fantasma interiore fa in noi è come quello che fa il bambino quando dice “Cattivo” al tavolo perché, avendo sbattuto la testa contro lo spigolo del tavolo, ha provato dolore. Il fantasma dice: “Cattivo è il mondo, quindi cattivo è l’uomo; e, dato che cattivo è pure il suo pensare, ci vogliono quindi leggi buone”.
Tutta questa catena di “quindi” procede attraverso il “dimenticando” della rimozione della concretezza di pensiero: dimenticando di essere immondo (in quanto cattivo), il mondo combatte se stesso fuori di sé; dimenticando di essere uomo malvagio, l’uomo combatte la malvagità umana fuori di sé; dimenticando di essere cattivo, il pensiero cattivo combatte se stesso fuori di sé.
È il combattimento dei “fuori di sé”, combattenti che giudicano come se fossero “in sé”. È la battaglia della follia: l’avvento del giudizio che precede il pensare. È l’avvento del pregiudizio. Pensare per pregiudizi o per modelli è perciò tipico dei fantasmi, dei folli, o degli zombi (aveva ragione Carmelo Bene). Così avviene che zombi eleggano altri zombi, andando regolarmente a votare, affinché zombi legali continuino ad attribuire al mondo esterno i mali.
Perciò dominano i mali: perché è stato in realtà eletto il non pensiero in luogo del pensiero, il pregiudizio in luogo del giudizio, l’“oggettività” del male in luogo del bene creduto essere un male in quanto “soggettivo”!
Tutto ciò è stato possibile sul presupposto di una strategia culturale planetaria che rigenera di continuo e realizza il mostro della strumentalizzazione dei fantasmi nel campo del diritto: le cosiddette "persone giuridiche". E la cosiddetta "persona giuridica", il fantasma che diviene più importante della persona umana, è il risultato di una delle più raffinate e perfide strategie di dominazione, inventata dai professionisti dello strozzinaggio bancario e creditizio.
Per difenderci non solo da questi strozzini ma dagli zombi legali in genere, bisognerebbe innanzitutto esorcizzare i fantasmi, cancellandoli dall'ordinamento giuridico. Però ciò è impossibile senza chiarire il senso dell’universalità e dell’oggettività del pensare umano. Perché è dal pensare che occorre partire.
Senza partire dalla radice da cui nasce il problema, anche le persone meglio qualificate nel campo del diritto sono costrette ad illudersi se credono di poter procedere attraverso fede giuridica, partitocratrica, o statalistica - cioè attraverso l’approvazione di ulteriori norme, leggi, decreti, ecc. - per la risoluzione del problema. L’azione antiuomo del fantasma (persona giuridica) è infatti quella di generare doppiezza nel valore delle cose, mettendo da un lato il loro valore reale ritenuto soggettivo e dall’altro il loro valore convenzionale ritenuto oggettivo. La duplicazione artificiosa dei valori in valori reali e valori convenzionali, generando pensiero malato, genera metastasi del tumore sociale, vero terreno di cultura del cosiddetto pensiero debole, base fra l’altro del parrassitismo bancario.
L’uomo dal pensiero debole è infatti facilmente persuaso che facendo approvare, magari attraverso il voto elettorale, una semplice norma capace di qualificare un valore sdoppiato (per es., il valore di un titolo azionario) come rappresentativo di valore integro (per es. di una quota di proprietà di un capitale sociale), tutto vada a posto, e che così facendo, si possa rendere integra e risanata la duplicazione artificiosa dei valori delle cose.
Ma nella realtà il risanamento del valore delle cose non può procedere dalla legge, in quanto ogni legge può essere applicata non alle cose ma ai loro nomi, e dare nomi alle cose è facoltà umana predialettica e indipendente dalle leggi.
Per comprendere a fondo questa cosa occorre fare un’importantissima osservazione che riguarda la differenza fra idea e sua prospezione dialettica, o fra la cosa reale e il nome di essa: la prospezione di un’idea e l'idea stessa sono entità diverse. Se io ti prospetto un’idea devo parlarti; parlandoti muovo le labbra, mi muovo, muovo le mani, ecc. Tutto ciò non è l’idea ma il movimento della sua prospezione, da me attuato per proportela. In altre parole, un osso non consiste in due “esse” poste fra due “o”. Il nome della cosa non è la cosa. Il dare il nome alle cose è una facoltà umana che nasce con l’uomo. Nel “Padre Nostro” è la santificazione del nome: “sia santificato il tuo nome” significa “sia sanificato” il nome del Padre, “il tuo nome”, in quanto nome di ogni cosa del mondo esterno, non si tratta di Allàh o di Krisna o di Yavé, ma del valore reale delle cose del mondo. “Dimmi dove non è la casa del Padre” rispose un mistico ad un fondamentalista religioso che lo sgridò perché si era messo a dormire coi piedi rivolti alla Mecca, mentre per rispetto ad Allàh avrebbe dovuto coricarsi con il capo rivolto alla Mecca. La risposta di quel mistico è come quella di un bambino che gioca con un altro bambino mettendo in comproprietà con lui il suo gioco, o il suo giocattolo o le sue idee per giocare.
Vi è un detto antico molto importante, dimenticato dal pensiero debole: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate". La traduzione letterale è "Dove c’è società, c'è pure comproprietà, e la comproprietà è data senza società". Sembra una contraddizione. Ma che significa?
Non può significare altro se non che la comproprietà è precedente e non successiva alla società, in quanto è per la comproprietà che la società diventa tale. Detto in forma esemplicativa e di “gioco”, in quanto “jouer” significa in francese “suonare”: se due suonatori si accordano per ottenere la migliore esecuzione possibile di un brano, la ottengono. Perché dove due o più suonatori formano un gruppo, lì vi è l’anelito verso il medesimo diapason o LA di accordatura reale, perché il parametro di accordatura è essenziale per tutti, ed è in tutti. La comproprietà del diapason non è convenzionale ma essenziale. La comproprietà della terra e la comproprietà del cielo non sono convenzionali, ma essenziali all’incarnazione. Avere la grotta, la casa ("grotta", "casa", "tempio", ecc., in ebraico si dice "baìt"), avere la baita è un mio diritto perché la terra è di tutti. Usufruire del cielo e del celato in me è un mio diritto perché il cielo è di tutti. Baita, beit, Betlemme, beta - la prima parola della Bibbia, "berescìt", incomincia con una "b" ("bet") - sono consonanze universali che indicano il mio diritto alla proprietà, il quale mi è dato anche senza il gruppo. “Proprietà” si dice in ebraico “ba’alùt”, con una “bet” iniziale. Se si osserva la conformazione geroglifica di una “bet” si vede subito che rappresenta proprio un riparo, simile ad una grotta. La grotta è un mio diritto naturale.
Dunque là dove c’è società, vi è pure comproprietà, ma non perché è la società a creare comproprietà, bensì perché è vero il contrario, in quanto è la comproprietà a creare la società.
In senso materiale, se accordiamo i nostri strumenti otteniamo musica, ma per accordare gli strumenti bisogna prima averli.
In senso immateriale, se vogliamo accordarci, dobbiamo usare l'interiorità umana, perché essa ha in sé (cioè è naturalmente proprietaria di) tutti gli intervalli della scala musicale, fra i quali il LA del diapason corrisponde alla sesta funzione di scala (detta "sopradominante").
Ecco perché se due persone si accordano per realizzare qualunque cosa, poi la ottengono. L’accordarsi però non c’entra nulla col conformarsi a una regola convenzionale proveniente da fuori di noi. Perché il diapason, ognuno ce l’ha dentro. L’io è dentro non fuori, è in mezzo agli uomini perché è nel loro centro, ed ecco dunque anche perché “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt. 18,20). Ed ecco allora il vero senso dell'antico latinismo: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate".

Da questo punto di vista il moralismo è credere che il male è fuori di me e che in base a questo pregiudizio mi occorre unirmi a te creando una persona giuridica più importante di me e di te al fine di combattere il male, cioè la proprietà altrui, senza rendermi conto che in realtà io ho creato il male. E il male consiste nell’anacronismo per cui le cose del mondo sono ritenute tali in quanto successive e non precedenti al pensare che le intuisce. Il regno del male è appunto questa fede nelle cose ordinate a priori, come se il pensare fosse ininfluente rispetto ad esse in quanto meramente soggettivo e dunque non valido per ordinarle. Eppure il pensare è esso stesso una cosa del mondo. Osservare questo, cioè osservare il pensare come qualcosa che appartiene a tutti - in quanto sincronico alla vita di pensiero di tutti - è l’unico rimedio per accorgersi che il regno del male è solo qualcosa di interno, e non di esterno, a me.
Giocare al regno di Dio o al migliore Stato possibile, o al partito migliore, attraverso regole, leggi o dogmi, è giocare a creare il regno del male, attribuibile ad altri. Questo gioco è infatti sensato quanto quello di accordarsi per rubare le proprietà degli altri, considerati egoisti.
La proprietà è un diritto naturale e universale dell’essere umano.
Il cittadino spesso non comprende che la proprietà NON è qualcosa che viene a lui concessa dalla magnanimità dello Stato. Al contrario, la proprietà è un valore che preesiste allo Stato, il quale è nato storicamente dopo, per difenderla. L’invertire i momenti storici della proprietà e della sua difesa è un pensiero malato, generatore di statalismo, e di conseguenza di anacronistici rapporti di succubanza e di schiavitù.

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