Thursday, March 30, 2006

Sul rito

Nella misura in cui il pensare si libera in se stesso, afferra se stesso, soprattutto percependo il momento in cui incomincia a mutarsi in dialettica. Allora divenendo percepibile nel suo farsi onda sonora, parola, o canto, e feedback di risposta dialettica, lo si può percepire come vitalità capace di andare oltre la dialettica, dunque come vitalità metadialettica. Proprio in quel momento diventa possibile all'io, situato nel veicolo della forza-pensiero, l'accesso alla vitalità del capo
La vitalità, cioè la forza della vita, attende sempre dal movimento del pensiero l’autonomo atto dell'Io, per ricongiungersi all’io come forza individuale.
Nelle varie dialettiche quotidiane, la normale dinamica del pensiero è quella di opporsi, senza saperlo, alla virtù della propria origine, e di fatto si rinuncia all'evento per il quale il pensiero è nato. È la via del razionalismo agnostico o dello pseudo-esoterismo per cui, per esempio, tutto è maia: affermando che tutto è maia ci si oppone senza saperlo al luogo interiore da cui scaturisce l’affermazione, che per essere vera dovrebbe comprenderla in quanto parte del tutto. Se tutto è maia, è maia anche l’affermazione che tutto è maia. Se tutto è relativo, è relativo anche l’affermazione che tutto è relativo. Se tutto è soggettivo, è soggettiva anche l’affermazione che tutto è soggettivo. Il pensiero debole, accontentandosi di queste incongruenze, indebolisce però la vita del pensiero, che insoddisfatto cerca poi i surrogati, le compensazioni alla vita mortificata. Le compensazioni possono essere di vario tipo, ma non possono esistere compensazioni alla vita che non siano vitali. Se la compensazione introduce in noi altra mortificazione, è come una metastasi. Dunque non può essere una risoluzione.
Solo la corrente di vita da cui sorge il pensiero può essere risolutiva. Ma come è possibile ritrovare tale corrente?
Occorre riconoscere l’errore per superare l’errore.
Se il pensiero si identifica con le cose facendone simulacri dialettici, occorre riconoscere tali simulacri, anche nella loro riesumata forma magico-rituale tradizionale.
Un rito tradizionale è sempre il supporto a POTENZE dell'io ancora incapaci di azione diretta nell'uomo come forze coscienti e che mediante istruzioni eterodirette (originariamente ricevute da iniziati, per le epoche che precedono quella della individualità) tendiamo a far coincidere sul piano umano con correnti cosmico-metafisiche corrispondenti.
Quando quelle POTENZE penetrano direttamente nell'umano, fino ad esprimersi nell'individualità come pensiero e coscienza di sé del pensiero, il rito cessa di essere necessario.
Per penetrare in noi queste POTENZE esigono una forma nuova. Questa forma nuova, questa novità è la pura e consapevole forma dell'autocoscienza.
Il procedimento rituale-cerimoniale è oggi necessariamente un errore tecnico e un atto avverso allo spirito e al destino dei popoli, in quanto le relazioni astrali, planetarie e zodiacali, sono radicalmente mutate, e soprattutto perché da circa cinque secoli, sopraggiungendo l'epoca dell'anima cosciente esse sono state invertite.
Infatti l'aspetto tecnico dell'errore consiste nel fatto che le forze che si presume evocare ritualmente, non sono fuori di tale evocare, ma dentro. Sono nell’io, e costituiscono proprio il processo dell'io.
Il reale compito magico è oggi la percezione di tali forze, nelle quali è presente, come uno, tutto quanto è disseminato in ogni tradizione.
Anche se oggi esiste (può esistere) qualche risultato positivo dell'operazione rituale, ciò non deve trarre in inganno: perfino la guarigione di un male fisico può essere l'irretimento di una persona da parte di entità anti-umane, che hanno afferrato le strutture morte degli antichi occultismi.
La persona, se è sana, scopre con il tempo l'inganno del ritualismo. Perché il ritualismo è in sé opposto alla direzione "solare".
La persona sana deve infatti saper distinguere la retta intenzione esoterica dalla sua forma egoistica e da tutte le presunzioni di essere guaritori e aiutatori del prossimo.
Per distinguere la retta intenzione dalla sua forma egoistica deve trovare la nuova forma che corrisponde OGGI a quella retta intenzione, cioè la vera forza guaritrice, che opera nel silenzio, sconosciuta, senza vanità di cronistorie terapeutiche.
Se la guarigione di un male dovesse essere il segno del divino, il fenomeno della salute di cui godono certi distruttori della salute altrui non sarebbe forse preoccupante?
La vera terapeutica esige oggi il rapporto del terapeuta con il karma del paziente, che è un rapporto dell'io superiore col senso finale della malattia: a seconda della direzione da cui proviene la terapia, un male fisico eliminato può essere un regresso spirituale, o viceversa.
Compito dei terapeuti attuali dovrebbe essere lo studio del senso occulto del Faust di Goethe, perché attraverso di esso avvertirebbero che cosa è il POTERE interiore dell’uomo come antidoto agli assalti di Mefistofele.

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