Thursday, March 30, 2006

Superare la paura

A distanza di 10 anni dalla pubblicazione dei miei scritti di numerologia, devo dire che il loro intento principale (allora inconscio) era in fondo di offrire un servizio, basato su numeri, per l’eliminazione della paura, in quanto mi basavo sul fatto che se era possibile provare in modo scientifico spirituale la realtà dell’idea delle ripetute vite terrene, sarebbe stata superata la paura della morte cioè la paura più grande.
Devo anche riconoscere che se tale intento fosse stato consapevole sarebbe stato un’ingenuità, in quanto non avrei fatto i conti con un’altra paura: la paura di aver paura, che è la degenerazione della paura di morire, e che impedisce di osservare, riflettere, e pensare liberamente e in modo autonomo.
La paura della paura impedisce tutto, perché non è solo il risultato di sensazioni o di un vortice di pensieri o difficoltà di concentrazione, interpretati magari come segnali premonitori di imminenti disastri, impazzimento, ecc., ma è il terreno interno in cui si innesta il circolo vizioso dell’ansia, a sua volta origine di reali modificazioni corporee, ulteriori percezioni di eventi interni, tachicardie, esagerazioni delle interpretazioni simboliche minacciose. In tale contesto, l’ansia e i suoi effetti si autoalimentano in un circolo che ha l’effetto di un corto circuito, e che la persona sperimenta come devastante.
È ovvio che in questo contesto di paure i libri non servono, e non serve neanche affermare in modo pretesco che amare è lasciar andare la paura.
Certamente non credo che voi abbiate bisogno di questo, né di imparare a pensare.
Non crediate di essere venuti qui per imparare a pensare o per imparare a pensare in modo universale. Non si tratta di imparare una cosa così importante che fra l’altro si è già appresa, né di mutarla. Guai se fosse così.
Si tratta piuttosto di conquistare terreno in noi stessi. E se proprio si vuole imparare qualcosa, bisognerebbe casomai IMPARARE ad IMPERARE in noi stessi.
Occorre infatti rendersi conto che succubanza e schiavitù non sono generate solo dal fatto che non siamo in grado di comprendere la priorità della proprietà rispetto alla pretesa di garantirla. Questo lo comprendiamo, e lo sanno tutti. Però lo dimentichiamo per paura. Lo rimuoviamo.
Il fantozzismo si genera tanto dall’istintiva e naturale predisposizione umana alla paura, quanto dalla tendenza ad essere subito soddisfatti da percezioni esterne protettrici. Se il protettore esterno impedisce la libertà interna, costringe, soffoca, esattamente come potrebbe fare una chioccia di 30 chili col suo pulcino.
Vale la pena di accennare qui all’esempio più semplice di inganno (inganno della natura cioè di) frode biologica fornito dalla comune gallina da cortile. La sua storia, considerata da un punto di vista sentimentale, è questa. Dopo aver depo­sto le uova, essa si accoccola su di esse con sincera dedi­zione. Di tanto in tanto, con la preveggenza di un'esperta massaia, le rivolta in modo che il fecondo calore del suo corpo raggiunga tutte le parti dei grembi calcificati dove si sta sviluppando la sua covata. Alla fine, grazie alla sua co­stanza e alla sua sollecitudine, le uova si schiudono e ne escono i pulcini. In tal modo essa offre all'uma­nità un genuino esempio d'intelligente e responsabile maternità. In realtà succede questo: in seguito a certi processi ghiandolari, la gallina, dopo aver deposto una covata di uova, avverte al petto un calore inconsueto. Allora si guar­da intorno in cerca di qualche oggetto che possa alleviare quella sgradevole sensazione di calore al petto, e si ab­bassa sulle uova perché le trova fresche. Ma dopo un po' esse cominciano a scaldarsi, e la chioccia le rivolta in modo che il lato fresco venga a trovarsi in alto, per poi tornare subito a godersi il refrigerio che esse continuano ad offrirle. Dopo che ha ripetuto questa manovra un sufficiente nu­mero di volte, le uova si dischiudono e la chioccia, sbalor­dita, si trova davanti a una covata di pulcini. In pratica essa è stata indotta con uno stratagemma a sedersi sulle uova, ma il trucco è riuscito, e ha dato risultati eccellenti come se la gallina avesse saputo che cosa stava facendo. È dunque una consolante illusione credere che la gallina, diretta dalle proprie ghiandole, sappia perché si accovaccia sulle uova.
È proprio tramite questa nostra predisposizione alla paura che tendiamo ad accontentarci di ogni forma di protezionismo che riusciamo a percepire dal mondo esterno. Attraverso questa nostra predisposizione alla paura rimuoviamo la realtà delle cose, o la sostituiamo con altro. Ed è proprio attraverso questa dinamica che avviene la sostituzione inconscia del prima col dopo, fino alla paura della paura, alle crisi di panico, o ad altre forme patologiche, per es., gli eccessi di scrupoli e di incertezze e dubbi continui.
Questo capita innanzitutto perché l’uomo quando viene alla luce è inerme e la sua condizione di nudità e di precarietà rispetto al mondo esterno esigono protezione. Tale esigenza - che è in fondo istinto di sopravvivenza e di conservazione - forma fin dalla tenera età l’inconscio sentimento di paura, “giustificato” per lo più col nome di “peccato originale”.
Tre sono le cose a cui si aspira appena nati, e che non si è subito in grado di fare.
Innanzitutto si tende alla VIA VERTICALE (la via orizzontale è quella animale; ma l’uomo appartiene non al regno dell’orizzontalità ma a quello della verticalità). Dunque tendiamo a camminare nel mondo esterno partendo da forze interiori, ma inizialmente non riusciamo a stare diritti.
La seconda cosa, sempre procedente da forze interiori, è che si tende alla verità, cioè si tende ad imparare a formularla attraverso il parlare, il linguaggio. E a partire dal suono sviluppiamo l’essenza della verità, ma inizialmente riusciamo solo a balbettare: bau bau, ma, pa, ecc.
Vi è poi la vita del pensiero, cioè la terza cosa che apprendiamo da noi stessi: sono le nostre forze plasmatrici eteriche. Perché siamo noi che elaboriamo il nostro cervello, cioè il nostro strumento del pensare. Perciò proprio all'inizio della nostra vita, il nostro cervello è molto plastico, in quanto siamo noi a doverlo prima forgiare a strumento del nostro pensare, in modo conforme alla natura dell’entità che viene portata di vita in vita, e che noi siamo.
Nei miei libri di numerologia mi sono occupato delle ripetute vite terrene. Qui mi occupo delle conseguenze di paura che la mancata conoscenza del karma apporta in tutto l’organismo sociale.
Lo stato in cui si trova il cervello subito dopo la nascita riflette le forze ereditate dai genitori e dai progenitori.
Nostro incontrovertibile universale e primario compito è però quello di esprimere col nostro pensare ciò che siamo come esseri individuali, conformemente alle nostre vite terrene pregresse o ai nostri talenti e doti naturali, che portiamo con noi dalla nascita. Perciò nella misura in cui dopo la nascita ci rendiamo pian piano fisicamente sempre più indipendenti da genitori e avi, trasformiamo, elaborandole, le caratteristiche ereditate del nostro cervello. Ecco perché è straordinariamente importante nei primissimi anni della nostra vita il lavoro che compiamo su noi stessi. È un lavoro inconscio, anzi bisognerebbe dire iperconscio, in quanto è svolto secondo i principi di un'altissima saggezza. In realtà, se dipendesse dalla nostra intelligenza, non saremmo in grado di compiere ciò che, senza la nostra intelligenza, dobbiamo compiere nel primo periodo della nostra vita. Tutto questo si compie, scaturendo dalle profondità incoscienti dell'anima, perché nei primi anni di vita siamo ancora profondamente uniti interiormente molto più strettamente con i mondi spirituali delle gerarchie superiori di quanto non lo siamo negli anni successivi.
In altri termini, nei nostri primi tre anni di vita apprendiamo a camminare nel corpo, cioè a trovare la VIA, apprendiamo a presentare col nostro organismo la VERITÀ, ed impariamo ad esprimere nel corpo, partendo dallo spirito, cioè dall’io, la VITA. Che significa?
“Io sono la via, la verità e la vita”, che significa?
“Se non diventate come fanciulli non entrate nel regno”, che significa?
Significa una cosa sola, che VERTICALITÀ, PAROLA, e VITA DEL PENSIERO sono in noi, non vengono a noi da fuori di noi: noi non impariamo a stare in piedi, a parlare, e a sperimentare concetti, cioè a pensare, perché ce lo insegnano i genitori o i professori, ma perché questa triarticolazione è in noi come spirito universo non proveniente da carne e sangue. Questa triade, o questa trinità, non viene da fuori, ma da dentro, cioè in modo verginale (in senso teologico bisognerebbe esprimere ciò, dicendo che la verginità di Maria non è una questione materiale di imene, ma spirituale di anelito individuale: alla VIA, alla VERITÀ e alla VITA. Pochi sanno che il nome di Maria era anticamente “Sofia”, nome che indicava ed indica il concetto di sapienza, cioè “vaso di sapienza”, come è testimoniato anche dal rosario).
In altre parole, nessuno può insegnarvi a pensare, così come nessuno può chiamarvi usando la parola “io”. Io sono un io solo per me stesso. Per ogni altro essere umano io sono un tu. Ecco perché mi sono deciso solo ora a dire queste cose, perché in fondo nessuno ne parla. Infatti parlare dell’io altrui è come parlare di Dio, cioè del nome di Dio. Tutto quello che si può dire con le labbra o scrivere con carta e penna è dialettica. Dal momento in cui la verità si fa dialettica non è più la verità. Lo stesso per la realtà. La realtà non è solo il contenuto di quello che uno realmente dice, ma anche il MODO con cui uno parla, i suoi gesti, la sua voce, tutto il contesto insomma. Con ciò non intendo dire che esista un modo giusto per dire la verità. Perché esso sarebbe la condizione della verità, che già non è più la verità. Questo non significa che non si possa parlare della realtà delle cose che sono intorno a noi e di noi stessi.
Detto questo, proviamo a rappresentarci il mondo di ciò che posso percepire senza pensare. Per farlo occorre procedere in modo immaginativo, perché nella realtà è impossibile smettere di pensare. Al pensare infatti non possiamo sfuggire. Però possiamo immaginare.
Se si immagina di percepire il mondo senza pensare, ciò che ci appare è un mero accostamento di cose nello spazio e nel tempo, un aggregato di singole cose sconnesse: nessuna cosa che entra ed esce dalla scena del mio percepire è in tal caso connessa ad un’altra, ed il mondo percepito in questo modo, cioè senza il pensare, è una varietà di oggetti di per sé equivalenti.
Nella struttura di tutto ciò che è percepibile, nessuno oggetto ha per me una parte più importante di altra. Quando si viene alla luce si fa immediatamente questa esperienza della tabula rasa. Poi però cresciamo e pian piano incominciamo a riflettere interiormente le cose del mondo esterno.
Certamente molti adulti non riflettono un gran che (basta osservare il mondo politico attuale per accorgersene), dato che molti esperti osservatori del bianco dicono che il bianco è nero e viceversa, segno che osservare le cose consiste per loro nel pensarle come le hanno studiate a scuola e non con vivente attività di pensiero. Osservare le cose come le abbiamo studiate da’ infatti sicurezza. Se tu fai una qualsiasi osservazione, la maggior parte delle volte trovi subito qualcuno che ti obbietta “Ma chi l’ha detto?”. Infatti se rispondi che l’ha detto qualcuno, già sei più credibile. È la paura. È il “peccato originale”. Perciò ricercando chi ha detto questa o quella cosa, cerchiamo in fondo il nostro signore, la nostra signoria, il nostro protettore. Siamo come neonati bisognosi della potenza protettrice. Dunque sono proprio questi nostri bisogni, queste nostre paure a generare il nostro bisogno di Stato protettore, la Patria, la mamma, la chioccia protettrice, la mucca da mungere.
La Patria è come la mamma, la Madre Patria. È nel nostro inconscio. È l’inconscio stesso lo Stato, il bisogno di leggi, il bisogno di dogmi. Dogma proviene da dag, che significa “pesce”, e anticamente si credeva che il mondo fosse strutturato sulla schiena di un pesce. “Il Signore è mio pastore, non manco di nulla” recita il Salmo. Il Salmo di oggi è: lo Stato è il mio pastore, non manco di nulla; il regolamento è il mio pastore, non manco di nulla! Se il regolamento parla di elefanti, vedendo un elefante si dice: quello è un elefante, dunque devo comportarmi in modo conforme al regolamento per gli elefanti.
Però si dimentica che chi sgrana meramente gli occhi su un ago o su un elefante, col solo regolamento non può vedere né ago né elefante se esclude davvero il pensare: perché elefante ed ago consistono già in immagini di pensiero, psicologie di forme, forme concettuali, ecc.
Si dimentica che senza il pensare, ciò che posso dire di aver guardato non è che un mero insieme di colori, di chiaroscuri, di elementi puntiformi, non molto dissimili dai cosiddetti "pixel", il cui "ingrandimento" all’infinito non trasformerebbe mai lo sguardo in visione.
In questo insieme di elementi percepibili si aggiunge allora il pensare. Questa operazione è subcosciente. Però c’è. Non bisogna dimenticarlo. Ognuno la percepisce, anche se la consistenza del pensare è immateriale.
Ma come si fa a percepire l’immateriale? Si parla allora di percezione soprasensibile e di scienza dello spirito. “Questo sarà anche giusto” obietta il materialista, “ma si tratta solo del tuo pensiero”.
Ed è proprio così: quando sono occupato a credere in qualcosa che sta fuori di me, per esempio la materia, la scienza (anche la scienza è una fede), il partito, e così via, “scotomizzo” il mio pensare, lo metto in ombra, lo credo secondario. È un fatto naturale, normale. In genere, non considero l’importanza del pensare perché il pensare sfugge, guizza via, proprio come un pesce (non a caso infatti il segno astrologico dei Pesci è stato riferito ai pensatori). Infatti quando penso, dirigo di solito la mia attenzione solo sull'oggetto considerato, e non contemporaneamente anche sul pensare. Con ciò, tendo però a trattare il pensare come qualcosa che non ha niente a che fare con la realtà dei fatti, e credo che le immagini che mi faccio di questi fatti non appartengano ad essi. Credo che tali immagini esistano solo nella mia testa. In altre parole credo il mondo completo anche senza quelle immagini. Stabilisco con ciò da un lato un mondo completo e finito in se stesso, e dall’altro un altro mondo di immagini che reputo inessenziali al primo. Perciò do’ solo al primo valore di realtà. Ecco il primo “dag” fasullo, il primo pesce d’aprile che faccio a me stesso, cioè il primo dogma che pongo alla mia comprensione, a mo’ di paletto.
La radice del pre-giudizio sta proprio in questo credere che il mondo sia lì anche senza il pensare. E questo credere è poi pregiudiziale ad ogni tipo di ragionamento logico.
Vale la pena di chiarire massimamente questo punto, perché solo attraverso antilogica
posso dichiarare il mondo completo senza il pensare: il mondo produce necessariamente tanto il pensare nella testa dell’uomo, quanto i fiori sulla pianta. Se metto nella terra un seme, il seme mette poi radice e fusto, sviluppando poi foglie e fiori. Se osservo una pianta, la pianta si lega alla mia interiorità col suo corrispondente concetto. Però tendo a credere che quel concetto non appartenga all’intera pianta come la foglia e il fiore. Questo mio credere è, appunto, il massimo errore, il massimo pregiudizio ingiustificato, che poi in definitiva è la malattia moderna, soprattutto occidentale, generatrice di destabilizzazione interiore e perciò di schiavitù, che ho chiamato spesse volte in modo scherzoso “ornitopenia” cioè “carenza di fallo”. La negazione del concepire è come il disprezzo del pene. Senza concepire, fecondare, dar vita, ecc., vi è penuria. Pene si dice in latino “penis”, in greco “pèos” e “pèsos”, dunque si arriva etimologicamente perfino alla penuria monetaria attraverso la negazione del fallo.
Quando invece la forza del concepire viene onorata, si crea una vera fonte stabile di prosperità.
C'è una storia (nei Shiva Purana) che narra del rischio distruttivo di questo disprezzo del pene. Vi si racconta di come alcuni cosiddetti sapienti maledissero un uomo dalla condotta licenziosa: "Hai agito con perversità" - gli dicono, maledicendolo - "Che il tuo fallo si stacchi e ti cada per terra". E così avvenne. Quell'uomo, però, era niente meno che Shiva, e il suo fallo caduto cominciò a bruciare tutto dinanzi a sé, consumando ogni cosa. "Si spostava negli inferni, nel cielo, sulla terra. Non stava mai fermo. I mondi e i loro abitanti vivevano nell'angoscia. Gli dèi e i saggi vivevano nell'angoscia…". Perciò il disprezzo gratuito, il disprezzo del fallo, trasforma gli uomini in destabilizzatori del mondo e naturalmente ciò produce angoscia in tutti, penuria, povertà. La storia dice che quei sapientoni si recarono allora a reclamare dal creatore Brama. E Brama disse: "Siete dei cretini, dei veri imbecilli; l'uomo col fallo... o razza di impotenti, era Dio in persona". E proseguì: "Fino a quando quel fallo non si stabilizza, nulla di buono può accadere". Dopo di che, impartì loro le istruzioni per onorare il fallo, calmare Shiva, e riportare la pace nel mondo. Ecco dunque perché la penuria, cioè la povertà, e l’angoscia che ne deriva sono viste fin dai miti dell’origine del mondo come il risultato di un destabilizzarsi della forza fallica non adeguatamente riconosciuta e onorata. Ed ecco anche perché bisognerebbe chiamare davvero la malattia occidentale della destabilizzazione pensante non solo “pensiero debole” ma “ornitopenia” , cioè carenza di concezione, carenza di vita e di esperienza concettuale, carenza di fecondazione spirituale, letteralmente “carenza di pene”. E quando l’azione degli odiatori del pensiero arriva ad impedire perfino la libertà del dono, magari con la scusa di proteggerlo come diritto d’autore o come brevetto, allora i sintomi ornitopenici, rompendo a più riprese le scatole dei creativi, degenerano, e si fanno “ornitopenia orchiclastica”, letteralmente si traduce “carenza di pene” con "rottura di testicoli".
Ma ritornando ora alla pianta e al suo concetto, occorre rendersi conto che negare l’appartenenza ad essa di quest’ultimo è ingiustificato. Sarebbe giustificato solo in un caso, cioè nel caso in cui la pianta potesse esistere indipendentemente da terra e cielo. Ma così non è. Quella pianta per esistere è legata alla terra ed al cielo alle sue foglie, ai suoi fiori e ai suoi frutti, come al suo concetto.
Il mondo astratto senza pensiero, non esiste in quanto è incompleto e mancante. È deficiente.
Il mondo concreto non può non comprendere il pensiero. L’uomo che si priva del pensiero è cablato, scientificamente cablato, cioè un seguace o un discendente dei Münchausen (la storia del barone di Münchausen è conosciuta): la cablatura cerebrale, o ombrello cerebrale, o scotomizzazione dell'Io umano, sono infatti strumenti per la presa di potere dell’uomo sull’uomo, indipendentemente dell’autodominio o della presa di potere che l’uomo può esercitare su se tesso.
L’uomo dal pensiero debole o deficiente o dal cervello cablato diviene così persuaso in modo scientifico che le cose vanno bene così come sono e che il suo livello di schiavitù è del tutto normale.
In questo contesto si innestano poi i falsi maestri, gli esperti di ogni tipo, e l’uomo cablato si attende poi sempre che essi faccia rivelazioni spettacolari. Ma questo è impossibile che avvenga. Intanto non esistono maestri spirituali, perché l’unico vero maestro è l’io umano. Inoltre la verità è difficile da rivelare e pochissimi la vogliono sentire. E perfino quei pochi hanno raramente la forza per sopportarla.
Certo, la verità si può sempre dire, ma con ciò si deve intendere prima di tutto le ragioni scientifico-spirituali dell’universalità del pensare, che permetteranno a chi ascolta di svolgere da sé tutto un lavoro su di sé, in modo che poi, grazie a tale lavoro preparatorio, egli possa accedervi.
Vi sono comunque anche persone che, qualsiasi cosa gli si dica, non possono comprendere assolutamente niente. Poi vi sono quelli che fraintendono sempre tutto e che inconsciamente si servono di quella verità per fare del male agli altri e a sé stessi. E ve ne sono altri che non accettano la verità poiché questa, andando contro quelli che considerano i loro interessi, li disturba.
Dunque chi vuole dire la verità si espone sempre a molte incomprensioni, e il più delle volte è tempo perso.
L’uomo è cablato, oggi.
L'"uomo cablato", infatti, incomincia subito a veder crollare la sua certezza consistente nel principio che afferma "solo ciò che percepisco coi sensi è reale", e subito obietta che non è sbagliato affermare che la pianta reale non c’entra nulla col suo concetto, e dunque che la realtà dei fatti non c’entra nulla col pensarla. “Non è sbagliato affermare che il mondo è indipendente dal pensare ” egli dice “per un motivo molto semplice: il concetto sorge solo quando ci si pone davanti alla pianta e la si percepisce, mentre le sue foglie, i suoi fiori ed i suoi frutti, esistono indipendentemente da chi li percepisce”.
Cosa si può rispondere a questa obiezione? L’obiezione è logica. Ed in questa obiezione vi è un importante esempio della differenza fra pensiero logico e pensiero conforme alla realtà. Da una parte il pensiero logico dice: i nostri concetti sorgono solo quando ci poniamo di fronte agli oggetti percepibili in ogni loro parte; tutte queste parti invece non sorgono così, ma esistono indipendentemente da chi li percepisce; dunque il pensare non è essenziale ad esse ed a ogni oggetto.
"Certo - bisognerà rispondergli - ma anche fiori e foglie sorgono sulla pianta solo quando vi sia una terra in cui possa "comprendersi" un seme, e quando vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. E non è così che sorge il concetto della pianta, quando cioè ad essa si avvicina una coscienza pensante che la comprenda in quanto pianta? La veridicità di un pensare "asettico" rispetto alla presunta completezza di un mondo in sé, risulta pertanto una superstizione, una vacillante benché quasi dogmatica credenza popolare".
Ciò aumenterà la paura di chi, come costui, si presenta come un "doppio" di se stesso: egli sente vacillare il calco della sua identità, modellato sull'adesione unilaterale al mondo dei sensi, nel quale ripone ogni fiducia di certezza ben al di là di quanto tale mondo oggettivamente esprime, e ciò aumenterà ulteriormente le sue difese.
Questo suo "doppio" può divenire, anzi, talmente preponderante da fornirgli il più solido dei punti di appoggio: dal quale osservare il mondo, formulare giudizi, e formare rappresentazioni.
In definitiva, arriva a forgiare la sua mentalità in forma di un rigido elmo, sotto la cui protezione egli può così affrontare le prove della vita.
Ciò che rende tollerabile la credenza che il pensare sia in sé qualcosa di non connesso al mondo è un'esempio di tali credenze superstiziose e di tali pregiudizi: si tratta dell'assurdità che il pensare umano sia qualcosa di meramente soggettivo, o di individuale come il nostro percepire o il nostro sentire.
Ma non è così.
Il pensare non è individuale come il sentire. È universale. Acquista un’impronta individuale in ogni singolo uomo solo perché riferito al suo individuale sentire e al suo individuale percepire. I singoli uomini si distinguono fra loro mediante quelle particolari sfumature del pensare universale.
Il nostro pensiero pensa sempre con la personale autorità della verità: non a torto, perché, pur manifestandosi individualmente, in realtà scaturisce da un’essenza fondata su se stessa in quanto universale.
La situazione contraddittoria del pensiero attuale è ancora il suo essere privo di coscienza di tale universale e tuttavia attribuire, con autorità, valori universali.
Quando il "cervello cablato" fa affermare al nichilista: "Non esiste verità", costui enuncia qualcosa che egli autorizza a ritenere per vera, contraddicendo così la sua stessa enunciazione.
Lo stesso vale per il relativista col suo detto "tutto è relativo", altrettanto contraddittorio.
Costoro - e tutte la bande di matti sostenitori dei vari materialismi, spiritualismi, ideologismi, e così via, che peccano di tali inconseguenze dovute a mancanza di autoconsapevolezza - non si accorgono di essere indiavolati, cioè catturati ancora da quelle mega-entità ostacolatrici che suggeriscono loro di definire tutto: è in fondo il medesimo spirito del civis romanus, o pilatismo. Non si accorgono che le loro dichiarazioni partono dall'"intelligenza" di Pilato, il quale, per es., si chiedeva: "Che cos’è la verità?".
Eppure, un triangolo ha solo un singolo concetto. Per il contenuto di quel concetto è indifferente se lo afferra il portatore della coscienza umana A oppure il portatore della coscienza umana B. Ma viene afferrato in modo individuale da ognuno dei due portatori di coscienza.
Contro quest’idea sta dunque un pregiudizio difficile da superare. Esso non permette di vedere che il concetto del triangolo, afferrato dalla mia testa, è lo stesso di quello afferrato dalla testa del mio prossimo.
L’uomo semplice si ritiene il creatore dei suoi concetti. Crede quindi che ognuno abbia concetti suoi propri. Superare questo pregiudizio è una delle esigenze fondamentali del pensare. L’unico concetto del triangolo non diviene una pluralità per il fatto di venire pensato da molti, perché il pensare dei molti è esso stesso un’unità.
Il giudizio ha sempre in ogni uomo la forza dell’autorità, anche quando sbaglia.
Ma non è l’universale del pensiero che sbaglia. L'errore è invece il suo mancare di coscienza della propria fonte, cioè dell’universale, indipendente dall’organo mediante cui si manifesta.
Spesso, quando parlo con i miei simili di queste cose, non posso fare a meno di notare il livello di tale incapsulamento in risposte del tipo: "tutto ciò è troppo difficile...", "tu sei troppo avanti, nessuno può capirti...", "bisogna stare coi piedi per terra...", ecc.
Sono tutte resistenze, paura di vedere che cosa ci sia dietro l'effimera sicurezza di cui ci si appaga nella vita; che cosa c'è dietro ogni certezza maturata sul fondamento corporeo; ma anche che cosa c'è dietro la beatitudine della facile elevazione. È la paura di vedere che cosa si muove realmente dietro i pensati umani, da che cosa essi sono innescati. Si può dire paura del cielo, ma altrettanto si può legittimamente dire paura della terra: in realtà, paura dell'uomo di assolvere il suo compito di connessione tra terra e cielo.
Si può scoprire - e ciò vale soprattutto per chi ha fatto della ricerca interiore il compito della vita - quanto pensieri e coscienza siano debitori a forze che con la vera natura del pensare non hanno nulla a che fare.
Il principio idrostatico di Archimede vale anche nel rapporto fra mondo percettivo e la nostra organizzazione dell’Io: la forza di gravità della materia cerebrale non è attiva nel processo di formazione delle immagini e della rappresentazione.
Se infatti il nostro cervello, col suo peso di 1500 grammi circa, poggiasse sulla sua base, i vasi cerebrali ne rimarrebbero schiacciati.
Il cervello invece non è appoggiato sulla propria base, ma galleggia nel liquido cerebro-spinale, e per il principio della spinta ascensionale esso perde tanto del proprio peso quanto è quello del liquido spostato [principio di Archimede], per cui esso grava sulla base per 20 grammi, invece che per 1500.
Questo importante fenomeno mostra che la forza di gravità non è attiva in ciò che è sostenuto dalle funzioni cerebrali. E le funzioni cerebrali non sostengono tutte le attività dell’Io?
L’attività dell’Io e la relativa attività rappresentativa propriamente detta non si fondano dunque sulla gravità della materia cerebrale, bensì sulla sua spinta ascensionale.
L'attività cerebrale, cioè il corrispettivo fisico dell'attività rappresentativa, si fonda su una forza che tende ad allontanare la materia dalla terra.
Con i miei pensieri, io non vivo nella forza di gravità, ma nella spinta ascensionale. E' questo movimento dal basso all'alto che permette ogni mia esperienza di formazione delle immagini: le cose intorno a me vengono "salvate" nella mia memoria come immagini, tramite lo "scollamento" della loro forma... piena di oggettivo contenuto immaginativo.
Ancora oggi molti preferiscono l'idea del corpo che produce la vita o del cervello produttore del pensiero, anziché quella che vede la vita produrre il corpo, o tutt'al più il cervello riflettere la vita.
La luce è prodotta da una candela; se la candela viene spenta, la luce scompare.
La luce viene riflessa da uno specchio; se lo specchio viene portato via, la luce tuttavia continua a brillare.
Altre scienze si comportavano invece come si comporta la teologia ancora oggi, quasi a voler sostenere che che dal 3° secolo a. C. nulla di nuovo è avvenuto sotto il sole.
Eppure nuova sotto il sole non era venuta la libertà se era stato detto che il sabato era fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato? Non era l'esperienza psicologica della libertà un compagno invisibile dell'Io che scopriva la propria solitudine, anche dal sangue delle sue generazioni? Il sole non illuminava fedele l'Io caduto nell 'oscurità dell'eclissi di Dio, nel suo silenzio? La libertà non era penetrata tra l'azione e il suo autore nel regno della legge, senza toccarne di essa un solo jota?
E per essa sotto il sole non è nato l'Io umano?
In quel periodo in cui si preferì derivare il pensare o lo spirito-sovrastruttura dal corpo, e l'Io stesso dal corpo, la visione che riconobbe come reale solo il quadro degli avvenimenti terreni, e, in questi, solo quello degli esseri presenti sulla terra, e, tra questi, solo quello degli efficienti, potenti, violenti, degli informati, sapienti, saccenti, si dimostrò progressivamente un assurdo, una specie di straniamento progressivo dell'umanità.
Tutto ciò è oggi - per fortuna - solo un brutto ricordo, e se voglio chiarire cosa sta prima, il corpo o lo spirito, devo attuare l’operazione (spirituale) del pensarci, perciò è da questo, cioè dall’immateriale e antigravitazionale pensiero che bisognava - e bisogna - partire...
Senz’altro il Creatore doveva sapere come trovare il presupposto corporeo allo spirito. In quanto essere umano però io devo comprendere il mondo, non crearlo. Io non sono il Padre eterno.
L’altro motivo è che la Chiesa ha omesso la spiegazione filosofica, anticamente ancella della teologia, sostituendola con altra teologia, quella dogmatica. L'Io, il vino nuovo, è stato relegato nella legge, nel dogma di fede, nell'otre vecchio... perciò non può che scombussolare il pianeta. La Terra è espressione del corpo fisico del Cristo, e contiene in sé una specie di vivente, diversa da ogni altra specie, in quanto completamente nuova, e anticamente detta dai profeti che l'auspicavano, la specie dei figli dell'uomo. Essa era caratterizzata dal fatto (inaudito per quei tempi) che i suoi appartenenti avrebbero incominciato ad incarnarsi come "Io", ognuno appunto costituendo una specie a sé, non poggiante su carne e sangue. Erano i tempi in cui si sapeva "ciò che nasce dalla carne è carne, e ciò che nasce dallo spirito è spirito"...
L'essere umano possiede un grande capitale: la vita, e ha la proprietà dei "mezzi di produzione" che sono i suoi occhi, le orecchie, il cervello, i polmoni, il cuore, le braccia, le gambe, ecc... ed egli li esercita, li sostenta, li perfeziona e li conserva per se stesso: è "capitalista".
Quando poi il suo capitale comincia a produrre, deve organizzare questa produzione al fine di far trarre profitto dei suoi guadagni anche agli altri... infatti solo allora essa è vivificata e vivifica, illumina, riscalda, e lui è diventato comunista.
Ma non puoi essere comunista se prima non hai saputo essere capitalista per far fruttificare il tuo capitale.
E non sei un buon capitalista se non distribuisci la tua ricchezza, poiché in questo caso ciò che possiedi ristagna e marcisce.
Il vero comunismo e il vero capitalismo, per la giustizia dell'"oltre", vanno insieme, e sono assolutamente necessari entrambi per il buon funzionamento del mondo.

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